Il fuoco che ti porti dentro, la recensione: il dolore è una questione di sangue
Il nuovo film di Edoardo De Angelis, tratto dal romanzo omonimo di Antonio Franchini, è un ritratto potente della crisi e dell'incomunicabilità. Un'opera da tenere assolutamente d'occhio.
In una Venezia 83 in cui gli italiani provano a destreggiarsi con operazioni assai diverse, non avremmo mai immaginato di celebrare un dramma familiare che sembra quasi appartenere a un'altra epoca. Il ritorno di Edoardo De Angelis in concorso alla Mostra del Cinema è un adattamento dalla forza e dall'espressività rare, che guarda alla famiglia come a un microcosmo dalle molte facce - e a legami di sangue tanto fragili quanto inscindibili. Gioca tanto sui contrasti, Il fuoco che ti porti dentro, poggiandosi su una formidabile Vanessa Scalera per raccontare il dramma di una famiglia alla deriva.
Tutto ruota intorno ad Angela, anima attraente e repulsiva al tempo stesso, il cui fuoco (che dà proprio il titolo all'opera) permette di alimentare un dramma purissimo, a tratti esilarante, sulla crisi e l'incomunicabilità. La casa diventa campo di battaglia, il cinema l'incanto capace di raccontarlo nel modo migliore.
Cronache di un domin(i)o familiare
A fare la differenza è proprio il modo in cui De Angelis sceglie di raccontare la crisi: uno sviluppo classico per un contesto estremamente attuale. La protagonista è effettivamente lontana da logiche e dinamiche del presente, per questo ogni sua parola è carica di risentimento e malinconia. L'astio è solo una facciata, l'asprezza un velo per coprire il dolore. Angela "consuma l'anima altrui" con il suo fuoco, ma non si riesce a farne a meno. Non è un caso che, quando manca la Scalera a schermo, il film abbia bisogno di una spinta maggiore da parte di regia e attori per poter comunicare adeguatamente con chi osserva.
Liberi e legati
Ci vuole un gran talento a rendere esilarante la tragedia, soprattutto quando a consumarsi è l'aria oltre lo schermo. Nella casa del film De Angelis riesce a farci percepire l'olezzo e lo stantio, l'aria viziata dalle acredini in un ambiente prossimo al collasso. Madre e figli si scrutano, si giudicano, si disprezzano, ma soprattutto scappano. Soltanto quando si ritrovano senza vie d'uscita riescono davvero a riconoscersi, forse persino a capirsi. Un colmo che a salvarsi sia la preda designata all'inizio del film, a simboleggiare il percorso compiuto dai personaggi. Forse la libertà, in senso stretto, non c'è davvero. Questo il film non ce lo dirà mai. Ma è bello pensare che oltre quelle quattro mura ci sia effettivamente altro - forse addirittura una via d'uscita.
Solo a quel punto il passato diventa davvero una collezione di storie e citazioni che raccontiamo a noi stessi. Qualcosa da ricordare, per preservare un valore che persiste oltre il tempo. Un filo sottile, al di là del sangue, che permetta di guardare anche alle persone della nostra vita in maniera diversa. Il film ce lo dice chiaramente: la verità è che ci manca il coraggio di comunicare. Quindi coviamo, alimentiamo il fuoco dentro di noi, preferiamo esplodere in un conflitto anziché avvicinarci. C'è una forza tutta particolare nel sentire quell'odore e quel peso, nel tessere le fila di legami difficili da svelare davvero. E poco importa se il dolore affoga nell'indifferenza di chi non conta: probabilmente quella dirompenza, quell'eterno conflitto tra l'essere e il vivere, non li capiranno mai.