Il prigioniero, la recensione: chiedi chi era Don Chisciotte. Ce lo racconta Alejandro Amenabar
Il regista cileno torna al cinema per raccontare Miguel De Cervantes prima che cambiasse il mondo con Don Chisciotte. Al centro del film Julio Peña e Alessandro Borghi.
Due figure si stagliano alle porte di una fortezza. Sono una figura alta e smunta, su un cavallo bianco, e un’altra più tozza, corpulenta, bassa, in sella a un asino. Sembrano proprio le figure entrate nell’immaginario collettivo di Don Chisciotte della Mancia e di Sancio Panza. Ma questa storia non parla di loro - o, almeno, non lo fa direttamente. È infatti la storia di Miguel de Cervantes, la fervida mente che ha dato vita a queste due figure, l’autore che ha scritto quello che è considerato il romanzo più letto di tutti i tempi. È l’unica storia che Cervantes non ha mai raccontato: la sua. Ora la racconta Il Prigioniero, il nuovo film di Alejandro Amenábar, una co-produzione italo-spagnola presentata ai Festival di Toronto e di Torino e in uscita al cinema dall’11 giugno con Lucky Red.
Miguel de Cervantes e l’arte di raccontare
Siamo a cavallo tra il 1500 e il 1600 ad Algeri, in una fortezza dove arrivano dei prigionieri cristiani. Uno di loro è Miguel De Cervantes. Arriva da Madrid, ha combattuto a Lepanto ed è ferito a un braccio. Per tutti diventa “braccio rotto”: un uomo che è considerato inutile, non viene venduto come schiavo e resta lì come prigioniero. Pian piano, però, esce fuori una sua grande qualità, un dono unico: quello di saper immaginare le storie, di saperle raccontare, di riuscire ad affabulare, avvolgere e avvincere il pubblico, tenendolo sospeso sul filo dei propri racconti in attesa che arrivino al finale.
Così inventa la storia della fuga da una prigione, avvolta da una storia d’amore con una misteriosa dama che si affaccia dalla finestra della fortezza. Nel frattempo, Miguel progetta davvero la fuga dalla prigione in cui si trova. E i suoi racconti conquistano anche il Baja, il capo della cittadella in cui si trova, che lo tiene sempre più con sé per essere intrattenuto dai suoi racconti e da quel “vecchio trucco” del narratore: addolcire le storie per emozionare le persone.Il Prigioniero è anche un film sul lavoro del regista
Il Prigioniero è prima di tutto questo. È un film sull’arte di raccontare, sull’immaginazione, sulla creazione di mondi. E quindi è anche un film sul cinema, sul lavoro del regista. Come lo scrittore, il regista è il deus ex machina, il narratore onnisciente che ha l’onore e l’onere di tenere le fila del racconto, di prendere il proprio pubblico e di portarlo dove vuole, di accettare (e scontare) le sue reazioni. Di scegliere la via più tortuosa e coraggiosa per il suo racconto, oppure quella più facile e consolatoria. In questo senso, Alejandro Amenábar ci parla di Miguel de Cervantes, ma ci parla anche di sé, dei suoi dubbi, delle sue scelte, dell’evoluzione della sua arte.
Dal cinema di genere a…
Era inatti esploso come autore di cinema di genere, Amenábar. Film come Tesis, Apri gli occhi (diventato poi, nella versione hollywoodiana, Vanilla Sky), The Others lo avevano consacrato come un autore principe nel thriller e nell’horror. Amenábar ha scelto di diventare autore a tutto tondo, cineasta completo. E con i successivi Mare dentro e Agorà ha affrontato il cinema drammatico e l’affresco storico. Quando era nota ormai a tutti la sua arte di raccontare, infatti, quando avrebbe potuto continuare a muoversi su quel tipo di racconto, ormai sicuro di conquistare il pubblico, ha scelto vie meno ovvie, meno scontate.
Ha scelto di “non addolcire” le sue storie, di non usare quel “vecchio trucco” di cui parlavamo poco sopra, che un narratore conosce bene. Andando incontro a plausi, come nel caso di Mare dentro, e anche a critiche, come nel caso di Agorà. Ma un narratore deve fare questo: raccontare la storia che sente - e scrivere quel finale che, in qualche modo, si scrive da solo.
Amenábar e il doppio
C’è però un filo che unisce tutta l’opera di Alejandro Amenabar, dai suoi film più dichiaratamente noir a quelli più recenti. Anzi, i fili, sono due: c’è sempre una doppia dimensione che sottende alle sue storie. In Apri gli occhi quella di un mondo reale e uno virtuale, in The Others il mondo dei vivi e quello dei morti, in Mare dentro il corpo e l’anima, il dentro e il fuori. Qui ci sono ovviamente le due dimensioni parallele della realtà e della finzione, del mondo chiuso in cui è costretto Cervantes e quello che immagina lo scrittore nel suo anelito di fuga.
La storia che inventa durante la sua prigionia è portata in scena con colori più saturi, pittorici. L’altro filo che sembra portare da sempre avanti Amenábar con la sua opera è un discorso sul doppio che è dentro di noi, su un lato oscuro in lotta con uno più chiaro, un dualismo su desideri e obblighi, su scelte attese e scelte effettuate.
Raccontare l’autore oltre all’opera
Seppur con tinte ogni volta diverse, il cinema, sempre più spesso, sembra volerci raccontare l’opera letteraria non partendo dall’opera stessa, ma dal suo autore. Il film che viene immediatamente alla mente oggi è Hamnet, il bellissimo film di Chloé Zhao che racconta la creazione dell’Amleto dal punto di vista non solo di Shakespeare, ma addirittura della sua compagna di vita. Ma prima, per restare sullo stesso autore, c’è stata la commedia romantica Shakespeare in Love, ci sono stati Saving Mr. Banks, legato a Mary Poppins, e Finding Neverland, legato a Peter Pan. Anche qui, sullo sfondo c’è Don Chisciotte della Mancia, c’è un’opera che sta per nascere, ma intanto assistiamo alla vita del suo autore.
Una Sindrome di Stoccolma bidirezionale
Rispetto a un film come Hamnet, ma anche di altri, il peso della grande opera letteraria qui si sente di meno: non abbiamo, per gran parte del film, il senso dell’incombenza, della grandezza dell’opera che sta per arrivare. È un film che ha un grande spunto, un’idea davvero notevole, ma che, lungo la sua durata, soffre di una certa monotonia, di un reiterarsi delle situazioni, finendo così per rimanere a lungo in una fase di stallo. C’è anche una disparità tra i due attori che interpretano Cervantes e il Baja di Algeri, Julio Peña Fernández e il nostro Alessandro Borghi. È anche un fatto di situazioni, di caratteri e del loro relativo rapporto, ma Borghi (qui bravissimo) dà spesso la sensazione di sovrastare il suo giovane partner di set, mentre tra i loro personaggi nasce una Sindrome di Stoccolma bidirezionale.
Quei mulini a vento…
Tutto diventa chiaro una volta fuori da quella prigione di Algeri. Ci rendiamo conto che la storia a cui abbiamo assistito è stata una bella storia, ma ha dato vita a una storia ancora più grande, immortale, quella di Don Chisciotte. E così quelle figure di cui vi abbiamo detto all’inizio, quell’uomo sottile e quello più corpulento, li vediamo di nuovo (sono i frati che hanno liberato Cervantes). E vediamo, sullo sfondo, e poi in primo piano, nell’ultima sequenza, i mulini a vento, che diventeranno gli improbabili nemici di Don Chisciotte. Sì, tutto è chiaro. Ed è emozionante sapere la storia che sta per nascere.