Il Principe di Roma, la recensione
Ne Il Principe di Roma, Canto di Natale incontra Il Marchese del Grillo, disegnando una parabola natalizia dai buoni sentimenti
La nostra recensione de Il Principe di Roma, al cinema dal 17 novembre
Il Principe di Roma ha come protagonista il personaggio di Giallini, uomo ricchissimo, ma avido e arrogante, che vive nella Roma del 1829. I tanti soldi non bastano a renderlo felice, perché il suo più grande desiderio è acquisire un titolo nobiliare: stringe così un patto con il Principe Accoramboni (Sergio Rubini) per ottenere in moglie sua figlia, una giovane ragazza che in verità lo disprezza. Lui però non se ne accorge, così come non lo toccano le attenzioni di chi gli sta accanto. Per convogliare a nozze, deve recuperare un'ingente dote, ma qualcosa va storto. Gli fanno allora visita tre fantasmi molto sui generis (Beatrice Cenci, Papa Borgia, Giordano Bruno) per un viaggio tra passato, presente e futuro. Un viaggio per capire i propri errori e provare a rimediare, prima che sia troppo tardi.
Il Canto di Natale di Dickens incontra certa una certa commedia italiana "romanesca", in particolare Il Marchese del Grillo, la cui celebre sentenza "Io sono io e voi non siete un cazzo" calza a pennello per il protagonista de Il Principe di Roma, sgradevole e strafottente, vero mattatore di tutta la storia. Nell'interpretazione di Giallini risiede il principale punto di forza del film: le sue battute acide, i suoi atteggiamenti altezzosi caratterizzano bene il personaggio. Tra i fantasmi, va a segno il Borgia di Giuseppe Battiston, caricatura riuscita del celebre Papa, meno il Bruno di un Filippo Timi in un eccessivo overacting. Un po' incolore invece la Cenci di Denise Tantucci, sovrastata da Giallini. Nel cast si segnalano anche il nobile di cui veste i panni Rubini e la serva Teta (Bevilacqua), che hanno però troppo poco spazio per incidere.