Il punto di rugiada, la recensione
Il punto di rugiada vorrebbe raccontare un'Italia che scompare, ma si incarta in una narrazione contraddittoria e retorica.
La recensione di Il punto di rugiada, il nuovo film diretto da Marco Risi, al cinema dal 18 gennaio.
Il punto di rugiada è purtroppo un’occasione sprecata. Tutta la parte introduttiva lascia ben sperare, caratterizzando efficacemente i personaggi, il loro ambiente e le rispettive poste in gioco. Il cast è assolutamente in parte, a cominciare dai due protagonisti (fra cui Gudese spicca per simpatia e naturalezza: un talento da tenere d’occhio). La regia di Marco Risi, pulita ed essenziale, riesce inizialmente a gestire l’unità di luogo, tenendosi al riparo dal teatro filmato. I problemi sono due: primo, una tremenda confusione tematica; secondo, più il tempo passa più quel senso della misura sembra deteriorarsi, fino a un terzo atto stucchevole e retorico.
C’è un difetto evidente nella sceneggiatura a sei mani di Risi, Francesco Frangipane e Riccardo de Torrebruna: i due ragazzi protagonisti sono il punto d’avvio della storia, ma non ne sono il vero cuore tematico. Agli autori interessano molto di più le storie degli anziani ospiti di Villa Bianca, interpretati benissimo da veterani del calibro di Eros Pagni e Massimo De Francovich. Esponenti di un’Italia che scompare, in qualche caso figure autobiografiche (nel fotografo Dino c’è un chiaro omaggio a papà Dino Risi) sono loro la vera ragion d’essere del film, il centro di tutti i suoi rovelli e riflessioni. Tramite loro Risi racconta scollamenti generazionali, eredità scomode - con un divertente Pagni “mussoliniano” - e un certo pessimismo sulle sorti del panorama artistico nostrano, incapace di rimpiazzare i vecchi maestri che se ne vanno.