Il suono di una caduta, la recensione: inseguendo le ombre

Il suono di una caduta di Mascha Schilinski, premiato a Cannes 2025, è un oscuro e ipnotico viaggio nel tempo attraverso le emozioni e i turbamenti di quattro generazioni di donne.

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Negli anni della Prima Guerra Mondiale, il giovane Fritz (Filip Schnack) precipita dal soppalco del fienile di una fattoria nel Nord della Germania, per poi subire l’amputazione di una gamba; circa un secolo più tardi, nello stesso fienile ma in un contesto del tutto diverso, avverrà un’altra, drammatica caduta. Due avvenimenti analoghi, che si rispecchiano l’uno nell’altro e che, idealmente, costituiscono i due estremi, l’apertura e la chiusura, della storia de Il suono di una caduta. Se non fosse che la narrazione elaborata dalla regista Mascha Schilinski e dalla sua co-sceneggiatrice Louise Peter non procede in maniera lineare, da un inizio a una fine: si tratta piuttosto di un percorso circolare, in cui la nozione del tempo si dissolve in movimenti ondivaghi e in un misterioso sistema di echi.

A cogliere il rumore del corpo di Fritz che si abbatte al suolo, evento-cardine del racconto (ben più ermetico il titolo originale tedesco, traducibile come “Fissando il Sole”), è la sua sorellina Alma (Hanna Heckt): la figura femminile al cuore della prima, in ordine cronologico, delle quattro sezioni temporali di cui si compone Il suono di una caduta, audace opera seconda della cineasta tedesca quarantunenne Mascha Schilinski, realizzata a otto anni di distanza dal suo lungometraggio d’esordio, Dark Blue Girl, e ricompensata con il Premio della Giuria al Festival di Cannes 2025, imponendosi fra le pellicole più sorprendenti e apprezzate della rassegna. Il meritato riconoscimento per un film che reclama costantemente l’attenzione del pubblico, rifiutando le soluzioni accomodanti per provocare invece una reazione – insieme intellettuale ed emotiva – alle immagini evocate davanti ai nostri occhi.

 

Gruppi di famiglia in un interno

L’intelletto e l’emozione guidano altresì la piccola Alma, a sette anni, nell’indagine e nella comprensione delle dinamiche alla base delle azioni e dei rapporti fra i membri della sua numerosa famiglia, in quella magione di campagna che funge da scenario dell’esistenza di almeno quattro generazioni. Dall’alba del “secolo breve”, l’epoca in cui la bambina si interroga sulla vera natura del presunto “incidente sul lavoro” di Fritz, ripetendo la menzogna opportunamente elaborata dai suoi genitori fino a svuotarla di significato, la trama del film si intreccia con altri tre periodi storici, pur mantenendo intatta l’unità di luogo, arrivando fino ai giorni nostri. Eppure la Storia, che si tratti del secondo conflitto mondiale o della divisione fra le due Germanie, non irrompe mai nello spazio del film: uno spazio che rimane chiuso e circoscritto, un luogo liminare fra realtà e immaginazione, fra la vita e la morte.

Ed è infatti uno spazio, la casa di Alma, in cui la morte assume una concretezza ineludibile: dai rituali funebri per la bisnonna Frieda (Liane Düsterhöft), del cui volto Alma conserva un ricordo vivido solo quando è ormai privo di vita, con due sassi posti sopra gli occhi; alle fotografie di famiglia in cui i vivi posano accanto ai cadaveri, come la bambina sua omonima, di cui Alma indossa il medesimo abito nero, o la sorella maggiore Lia (Greta Krämer), che fa ritorno alla magione come una salma da immortalare in un’altra foto di gruppo. Trent’anni più tardi, l’anima inquisitoria di Alma (nome ‘parlante’ e dall’eco bergmaniana) sembra trasferirsi ad Erika (Lea Drinda), adolescente inquieta che osserva di nascosto l’allettato zio Fritz (Martin Rother da adulto) e si aggira per casa con una gamba legata alla coscia, tentando così di percepire la sensazione di un arto mancante.

La volontà di penetrare oltre l’ambiguità delle apparenze, l’utilizzo dei sensi (la vista, l’udito, il tatto) come strumenti gnoseologici in grado di fornire una più autentica assimilazione del reale: sono i tratti che, da un’epoca all’altra, legano Alma ad Erika e ad Angelika (Lena Urzendowsky), creatura al contempo eterea (anche stavolta, già a partire dal nome) e sfrontatamente sensuale, in cui le pulsioni mortifere – sdraiarsi in un campo di grano, di fronte all’incedere di un aratro – si fondono alle pulsioni erotiche esercitate sullo zio Uwe (Konstantin Lindhorst) e sul cugino Rainer (Florian Geißelmann). È Rainer l’unico maschio della famiglia di cui Mascha Schilinski, per una scena, ci fa assumere la prospettiva, mentre osserva il suo oggetto del desiderio Angelika che svanisce – letteralmente – come un’ombra in una foto.

 

Da Alma a Lenka: quattro generazioni in cerca d’identità

Perché Il suono di una caduta è, del resto, un grande film di fantasmi: se nella prima sezione i vivi convivono con i morti addirittura in senso fisico, i capitoli successivi sono attraversati da istinti suicidi e cupio dissolvi, ma anche dalla reiterazione di atti del passato, di parole e gesti che si trasmettono da una generazione all’altra, lungo il ramo femminile; mentre le immagini, nei toni sgranati della fotografia di Fabian Gamper, tendono a sfocarsi e a perdere nitidezza, così come i contorni sfumano in un’estetica quasi impressionista, contribuendo sul piano visivo alla dimensione ipnotica e vagamente onirica dell’opera. Un’opera che proprio in virtù della sua struttura discontinua, dei riflessi proustiani, dell’amalgama indistinguibile fra esperienza, fantasia e memoria, si richiama al cinema più sperimentale di Andrej Tarkovskij (in particolare Lo specchio), pur mantenendo un’essenza decisamente originale e consapevole.

È la formula del fascino, magari ostico ma innegabile, di questo film magnificamente oscuro e sinuoso, in cui l’angoscia si mescola all’eccitazione e perfino alla gioia (quella gioia che, quando è davvero tale, si manifesta senza darcene piena cognizione), e in cui l’acutezza dello sguardo femminile si addentra con coraggio nei territori dell’indicibile, esplorandone gli angoli più nascosti e gli abissi più profondi. Alla perpetua ricerca non di un tempo perduto, bensì di un’identità sfuggente, che spinge le protagoniste a ricalcare le orme di chi è venuto prima di loro e, talvolta, a obliterare se stesse: come Erika, che insieme ad altre fanciulle del villaggio si immerge nelle acque di un fiume; come Angelika, di cui rimarrà solo una macchia indistinta catturata da una Polaroid; e come la dodicenne Lenka (Laeni Geiseler), irretita dalla sua nuova amica Kaya (Ninel Geiger) al punto da riprodurne pose e comportamenti, inclusa la scelta del gusto del gelato.

Come in Persona di Ingmar Bergman (altro potenziale modello di riferimento della Schilinski), il rapporto fra le due adolescenti segna un’oscillazione identitaria che porterà l’orfana Kaya, ‘erede’ delle precedenti generazioni, a reintrodursi nella magione di famiglia, e Lenka a somigliarle sempre di più, quasi a incarnare lo spirito delle ragazze che prima di loro avevano vissuto fra quelle pareti. Ad accompagnare l’amicizia simbiotica fra Lenka e Kaya è la melodia di Stranger, ballata spettrale e malinconica di Anna von Hausswolff: «There is no time, there is no face, there is no me/ I am following a shadow while I’m reaching for the Sun». L’unica concessione di musica extradiegetica di un film perturbante e bellissimo, capace di accoglierci – noi spettatori, come le sue protagoniste – in un abbraccio da cui emergono tanto il dolore, quanto una sommessa tenerezza.

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