Il testamento di Ann Lee, la recensione: in missione per conto di Dio

Nel dramma musicale Il testamento di Ann Lee, la regista Mona Fastvold ricostruisce la parabola di una figura messianica del Settecento, a cui presta volto e voce Amanda Seyfried.

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In uno dei film più acclamati del 2024, The Brutalist, un immigrato ungherese si trasferiva negli Stati Uniti del secondo dopoguerra e metteva le proprie doti di architetto al servizio di una visione artistica ambiziosa e del tutto priva di compromessi, imponendosi come un pioniere del brutalismo in America. Dalla fittizia vicenda di László Tóth passiamo, ne Il testamento di Ann Lee, alla vera storia di una predicatrice di Manchester che nel 1774, in compagnia di un piccolo gruppo di parenti e di seguaci, salpa alla volta del New England per stabilirvi una comunità quacchera nota come la Società Unita dei Credenti nella Seconda Apparizione del Cristo, di cui lei stessa – refrattaria ai compromessi quanto e più di Tóth – è stata la fondatrice e l’esponente di riferimento.

 

La rivoluzionaria Ann Lee di un’eccezionale Amanda Seyfried

Il premiatissimo The Brutalist e Il testamento di Ann Lee, presentato alla Mostra di Venezia 2025 ad appena un anno di distanza dal Leone d’Argento per Brady Corbet, oltre all’approdo veneziano hanno in comune la medesima coppia di autori: lo statunitense Brady Corbet, appunto, e la norvegese Mona Fastvold, che stavolta cura anche la regia di questo ambizioso racconto biografico ambientato fra l’Inghilterra e il Nuovo Mondo, proprio negli anni della Rivoluzione Americana. Terzo lungometraggio della Fastvold dopo The Sleepwalker e Il mondo che verrà, in una carriera inframezzata dalle collaborazioni in qualità di co-sceneggiatrice con il marito Corbet, il film si sviluppa sotto forma di musical rielaborando autentici spiritual del movimento religioso al cuore della narrazione.

A firmare la colonna sonora e le sue numerose canzoni, con quel gusto per l’enfasi drammatica e le dissonanze già evidente nelle musiche di The Brutalist, è il compositore inglese Daniel Blumberg, ricompensato con un meritatissimo Oscar per l’opera di Corbet e qui impegnato pure come attore nei panni del diacono Talmadge Bishop. Nel ruolo di Ann Lee, invece, una magnifica Amanda Seyfried ha l’occasione di far splendere un talento di cui ha più volte dato prova, soprattutto negli ultimi anni (da Mank alla miniserie TV The Dropout), incarnando una protagonista il cui carisma risulta direttamente proporzionale alla radicalità del suo approccio alla religione: Madre Ann, come si farà chiamare dai suoi adepti, dichiara di essere entrata in contatto con il divino e si proclama la nuova messaggera della parola di Dio.

Nata in una famiglia evangelica di umile estrazione sociale, da ragazza Ann entra nella cerchia dalla predicatrice quacchera Jane Wardley (Stacy Martin), secondo la quale la Seconda Apparizione del Messia sarà una donna, e da quel momento inizia a sviluppare una propria concezione della fede, sublimata nel principio della purezza: gli Shaker, questo il nome della sua setta, devono astenersi dai rapporti carnali, identificati come causa del peccato. La sessuofobia degli Shaker, uno dei nuclei drammatici della prima parte del film, viene posta in relazione alle esperienze di Ann: aver assistito, da adolescente, a un amplesso fra i suoi genitori; il matrimonio con il quacchero Abraham Standerin (Christopher Abbott), contraddistinto dalla spiccata intraprendenza sessuale dell’uomo; e la morte prematura dei quattro figli della coppia.

Un Messia donna fra leggenda, utopia e caccia alle streghe

In che modo i traumi individuali possono influenzare i valori religiosi? Mona Fastvold non fornisce risposte esplicite, mantenendo una distanza che lascia allo spettatore l’onere di interpretare le motivazioni all’origine della parabola di Ann Lee. Una parabola da cui la regista, tuttavia, lascia trapelare un senso di ammirazione nei confronti di una donna determinata a trasformare la società in cui vive, o piuttosto a inseguire l’utopia di una società completamente nuova, avviata a sorgere fra i boschi del New England. Dall’idea rivoluzionaria di Dio come un’entità che comprende in sé i generi maschile e femminile a una volontà di autodeterminazione che la porta a rinnegare la struttura patriarcale, la Ann Lee impersonata da Amanda Seyfried è a suo modo una pioniera che non si lascia piegare da intimidazioni e pregiudizi.

Pur nella sua essenza di film ‘laico’, Il testamento di Ann Lee non cela tuttavia la sua profonda fascinazione rispetto alla protagonista, leader messianica la cui grandezza è celebrata dalla voce narrante della sua seguace più stretta, la giovane Mary Partington di Thomasin McKenzie: una scelta che contribuisce a conferire al racconto una connotazione quasi leggendaria, accentuata dalla solennità della regia e dell’intero apparato visivo (la fotografia di William Rexer utilizza la pellicola nel formato 70 millimetri). Ann Lee si staglia dunque come una figura larger than life e, per questo, in parte enigmatica: Mona Fastvold non scioglie il mistero dietro il suo ‘mito’, né ci spinge a prendere posizione su un percorso esistenziale che oscilla costantemente tra coraggio e fanatismo.

Se Il testamento di Ann Lee non si addentra nei lati oscuri della sua protagonista, né pare interessato ad esplorare le contraddizioni insite nella dottrina degli Shaker (e in questo risiede probabilmente il suo limite intrinseco), il film risulta più intenso e vibrante laddove ci mostra la violenza con cui il mondo esterno, su entrambe le sponde dell’Atlantico, rifiuterà di accettare Ann e il suo microcosmo, ritenendo intollerabile una guida spirituale di sesso femminile e non conforme alle regole. Al punto che i suoi aguzzini, nell’atto di distruggere la fattoria degli Shaker, arriveranno addirittura a negarne lo statuto di donna: l’esempio di una “caccia alle streghe” consumata al tramonto del secolo dei lumi, ma che sembra destinata a ripetersi in ogni epoca.

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