Inferno, la recensione
Il terzo adattamento delle avventure letterarie di Robert Langdon è il migliore. Inferno di Ron Howard ci parla di amore, virus e misteri dentro l'arte del Rinascimento
Inferno di Ron Howard, terzo adattamento cinematografico dalla saga letteraria di Dan Brown (i volumi cartacei sono 4), è sostanzialmente una storia d'amore. Anzi due, come le coppie di amanti protagoniste di un thriller ambientato tra Firenze, Venezia e Istanbul (ricostruita in green screen per le scene en plein air).
Si può uccidere mezzo mondo per amore dell'umanità (attenzione a citazione quasi letterale dal discorso di Harry Lime ne Il Terzo Uomo di Carol Reed) e, soprattutto, lo si può decidere di fare come massima prova di un inquietante idillio di coppia? Il tema della sovrappopolazione è interessante e attuale (dal documentario Domani a Kingsman: Secret Service), la sceneggiatura di David Koepp piuttosto calibrata (unico neo: come fa un gigante come Tom Hanks a trovare della sua stessa taglia gli indumenti indossati dal mingherlino Ben Foster?) e il cast multietnico scelto assai bene.
L'attore due volte premio Oscar per Philadelphia (1993) e Forrest Gump (1994) è un totem al servizio della storia mentre Felicity Jones esplode letteralmente nella seconda parte (dove sembra tornare quella di Like Crazy) e Irrfan Khan si produce in una prova tutto humour ed eccentricità nei panni del misterioso Rettore del Consortium. Quello che esce meglio dal film in termini di coolness è proprio lui mentre la coppia Tom Hanks-Sidse Babett Knudsen ci fa venir voglia di vedere una love story con loro due in scena dal primo all'ultimo minuto.
Come ne esce la nostra Italia? Bella da vedere ma piuttosto presa in giro per tutto il film. Purtroppo a livello internazionale siamo ancora derisi sia dal punto di vista sessuale che per quanto riguarda l'efficenza delle nostre forze dell'ordine. Agli occhi del mondo, e di Hollywood, l'Italia di ieri è Arte e Bellezza mentre l'Italia di oggi è ridicola... e piuttosto infernale.