Io sono Vera, la recensione
Tra il versante mistico e quello del dramma famigliare, Io sono Vera punta sul secondo, ma il risultato è assai banale e stucchevole. La recensione
In Liguria, una bambina di 9 anni scompare senza lasciare traccia. In Cile, nello stesso momento, un uomo, colpito da un infarto, si risveglia all’improvviso, cominciando ad avere strana visione della bambina. Cinque anni dopo lei ricompare, ma come donna di trent’anni: i genitori, sconvolti, fanno fatica ad accettarla. Io sono Vera parte da questo spunto thriller/fantascientifico, ma non stupirà più sostenere che, considerando che è un film italiano, punti più sul versante del dramma famigliare piuttosto che su quello del mistero. Forse neanche più che questo sia narrato con un intreccio e una messa in scena ben poco originali.
Questa diventa ancora più predominante nella seconda parte, in cui, lasciato ai margini l’uomo, la storia si concentra sul rapporto tra i genitori e la figlia ritrovata: il padre rimane più scettico, la madre invece la riconosce subito. Sotto la flebile patina fantascientifica, il tema è dunque molto verosimile: la difficile accettazione della crescita e dei cambiamenti della propria bambina. Senza più il mistero a guidare lo svolgimento, si susseguono quadretti di un’intimità struggente e melodrammatica, pieni di pianti e dichiarazioni assolutorie ("È la nostra bambina. Devi accettarla!"). Tutto scivola verso la banalità, complice anche una regia non all'altezza.
Beniamino Catena, all’esordio nel lungometraggio, viene dal mondo dei videoclip e della televisione (DOC-Nelle tue mani 2), da cui trae le tendenze peggiori. Ritaglia scene in ralenti accentuati da spot pubblicitario e punta su una recitazione esasperata: sono in particolare gli interpreti dei genitori (Anita Caprioli e Paolo Pierobon) a risultare così artificiosi nel rappresentare il loro dramma. Quello che avrebbe voluto essere commovente si fa semplicemente insipido e stucchevole, in un intreccio convenzionale e privo di spessore psicologico/narrativo. Le possibili spinte verso il thriller vengono annacquate: le musiche evocative dei Marlene Kuntz, una riflessione sul corpo femminile che cambia, una svolta accennata e poi subito chiusa.