Jumbo - La voce di Don, la recensione: l'importanza di trovare la propria voce
Il film indonesiano da record, Jumbo: la voce di Don, arriva al cinema dal 15 ottobre con Amaranta Frame. Una dolce storia che potrà stupire grandi e piccini.
L’animazione è un mondo complesso, specialmente quando si tratta di realizzare opere tecnicamente valide. Quello di cui spesso non si parla, però, è che al di là degli scogli tecnici ce ne sono molti anche dal punto di vista produttivo: riuscire a far successo, quando non si appartiene a grandi case di produzione, diventa ancora più difficile. Per questo la tecnica e la resa diventano fondamentali per uscire dalla bolla. Jumbo: la voce di Don, opera prima del regista indonesiano Ryan Adriandhy, è riuscita a fare esattamente questo. Quella bolla l’ha scoppiata a suon di numeri, raggiungendo cifre da capogiro per il mercato del suo paese - si parla di oltre 10 milioni di spettatori. Quando un piccolo progetto animato, per quanto ambizioso, diventa un fenomeno non è mai un caso: c’è sempre qualcosa che emerge con forza e spinge le persone ad andare al cinema (o quantomeno a impegnarsi nel passaparola).
Insieme i due vivranno un'avventura magica, capace di toccare argomenti importanti come il valore dell’amicizia e l’accettazione di sé - temi che possono avere un grande impatto, soprattutto sui più giovani, quando vengono raccontati con questo cuore. Perché al di là di una narrazione all’apparenza classica, a fare la differenza è il modo in cui questo film approccia la sua stessa natura. In italiano si enfatizza molto il concetto di voce: questo film vuole aiutare chi resta in silenzio a trovare il coraggio di farsi sentire, soprattutto quando le cose si mettono male o sembra che non ci sia via d’uscita. Jumbo non sarà l’operazione del secolo, ma la sua voce l’ha trovata - e ha saputo utilizzarla benissimo per diffondere il proprio messaggio.
Bello sapere che anche qui il film verrà mostrato alle scuole, proprio con l’obiettivo di raccontare la scelta di un approccio concentrato sulle “voci” (in italiano il film conterà sul doppiaggio di numerosi volti noti, a partire da Luca Ward, nonostante sia stato realizzato da uno studio indipendente) per esplorare temi complessi attraverso un linguaggio semplice, accessibile. In fondo è proprio questa caratteristica che rende così azzeccata la scelta dell’animazione: un linguaggio che permette di trasformare il particolare in universale, di raccontare attraverso le immagini e i colori emozioni che vanno ben oltre la superficie. Jumbo punta a ricordare quanto sia bello essere umani, con tutti i nostri difetti e le nostre cicatrici. Fa tutto parte di ciò che siamo, ed è proprio questo dettaglio a permetterci di legare con i numerosi personaggi presenti nel film.
Stando ai pareri di chi lo ha visto in Indonesia, c’è anche un’attenzione delicatissima nel portare in scena particolari legati alla cultura del paese in modo quanto più autentico possibile, mantenendo comunque un’umanità di fondo che renda la narrazione più universale. Questo incontro casuale si trasformerà quindi in un percorso di crescita e scoperta: una storia in cui la forza dei legami permette di superare le avversità, ma soprattutto di riconoscere il valore della fragilità.
Considerando l’ottima resa tecnica, l’intelligenza della sua scrittura e l’enorme sforzo compiuto dallo studio che lo ha realizzato, Jumbo ha tutte le carte in regola per dire la sua anche in occidente. Non servono storie troppo complesse o strappalacrime per toccare il cuore: a volte bastano la voce giusta e un pizzico di coraggio.