Jurassic World, la recensione
Colin Trevorrow ci porta al Jurassic World e ci regala un sequel degno del nome che porta
Lo è perché ribadisce come gli ultimi 30 anni di cinema, di relativo immaginario collettivo siano stati plasmati dal terzetto composto da Steven Spielberg, Frank Marshall e Kathleen Kennedy. Non è un caso che questo trio sia ancora oggi responsabile, in veste produttiva, di alcuni dei più grandi successi cinematografici. Non è certo un caso fortuito che il 99% dei filmmaker in attività con un età compresa fra i 25 e i 50 anni citi proprio l'epoca d'oro della Amblin (oltre a George Lucas, è chiaro) come base fondante della propria cultura cinematografica e personale.
Lo sguardo di Sam Neill e di Laura Dern di fronte alla visione del brachiosauro è tutt'ora uno dei più grandi “inception” filmici della storia della settima arte, massima espressione di quella “Spielberg Face” vero e proprio marchio di fabbrica del genio di Cincinnati. Lo stupore del Dr. Grant e della Dottoressa Ellie Sattler era lo stesso che nelle sale cinematografiche di tutto il mondo si è stampato su milioni di volti di spettatori di ogni età, razza e religione.
Ma Jurassic World è anche emblema delle difficoltà che una grande produzione hollywoodiana deve affrontare oggigiorno fra opinioni – parziali e inattendibili – affidate ai social e alle message board dei siti e dei forum nel momento in cui i primi materiali ufficiali giungono online, ancora privi di tutti quegli accorgimenti di post-produzione che necessitano di mesi e mesi di lavoro.
D'altronde lo hanno detto gli stessi realizzatori del film alla première di Parigi: è normale che fra spettatore e film del cuore si venga a creare un rapporto basato sulla possessività. Un aspetto messo in preventivo, ancor più per un film come questo, che ha avuto una gestazione travagliata fra cambi di sceneggiatura, sceneggiatori e inquietanti leak dal set.

Fortunatamente il trasloco di Colin Trevorrow al mondo del cinema ad alto budget è di certo più accostabile all'exploit di un Gareth Edwards e del suo Godzilla – forse il film più spielberghiano visto negli ultimi anni insieme a Super 8 di J.J.Abrams – che ai due cinecomic di Webb.
A vincere sono anche quelli che aspettano un seguito degno di Jurassic Park da più di venti anniTanto per cominciare, è stato abbastanza sorprendente constatare come, malgrado l'ingente mole di materiale promozionale diffuso dalla Universal (sì, compresa quell'infausta prima clip di cui abbiamo parlato direttamente con Trevorrow), la pellicola riesca a mantenere intatto l'effetto sorpresa dei passaggi più riusciti e interessanti. È stata la prima considerazione fatta insieme a Mirko all'uscita della sala di proiezione della Universal in quel di Parigi. E se siamo rimasti spiazzati da questa cosa noi che dobbiamo convivere professionalmente con il progressivo logorio dell'esperienza cinematografica a suon di spoiler e leak, potete crederci.

Il parco ora è aperto, i dinosauri non sono più una novità e la visione disneyana di John Hammond ha definitivamente lasciato spazio a una concezione smaccatamente corporativa in cui contano solo gli incassi e lo shock continuo dei visitatori. Perché ormai queste creature non impressionano più nessuno e c'è l'oggettiva necessità di scioccare gli avventori del parco tematico con creature sempre più temibili e pericolose, in quella che pare un'oggettiva tirata d'orecchie alla Hollywood di oggi collegata al discorso di poco fa. E qualcosa finisce inevitabilmente per andare storto, perché, come insegna il matematico, anzi, caosologo Ian Malcom (piccolo consiglio: aguzzate bene la vista durante la visione del film....), la vita vince sempre.
E se appartenete alla schiera di chi è rimasto fortemente contrariato dal destino di un certo “personaggio” nel capitolo più detestato del franchise, preparatevi a gioire.
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Jurassic World Coverage
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