Keeper, la recensione: ogni storia d’amore è una storia d’orrore

In Keeper Osgood Perkins, il regista di Longlegs, mette in scena un rapporto di coppia che, nell’isolamento di uno chalet di campagna, dà inizio a una spirale di inquietudine.

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È una singolare coincidenza che la Neon, una delle più importanti e blasonate compagnie di distribuzione indipendenti degli Stati Uniti, nella seconda metà del 2025 abbia portato nei cinema americani due film horror incredibilmente affini: a luglio Together di Michael Shanks, beneficiario di un discreto responso di critica e di pubblico, e a novembre Keeper di Osgood Perkins, accolto al contrario piuttosto freddamente in patria (e approdato ora nelle sale italiane, a quattro mesi di distanza). Il tratto in comune fra le due pellicole? Un intreccio costruito interamente attorno a una coppia, le cui dinamiche relazionali vengono analizzate e rilette attraverso i codici del genere cinematografico di appartenenza.

 

Quella casa nel bosco: lo psico-thriller di Osgood Perkins

Erano due fidanzati di lunga data a precipitare in un vortice di orrore in Together, imperniato fin dal titolo su un legame reso via via più soffocante; e sempre il titolo risulta emblematico pure nel caso dell’opera di Osgood Perkins, seppure con una certa ambivalenza. «She’s a keeper» (dal verbo keep, “custodire”) è l’espressione idiomatica pronunciata per definire la protagonista, Liz (Tatiana Maslany), in riferimento alle “intenzioni serie” della donna nei confronti di Malcolm Westbridge (Rossif Sutherland), con cui si accinge a festeggiare il loro primo anno insieme; ma forse il vero “custode”, nel film, è qualcun altro, e sarà Liz a ritrovarsi intrappolata all’interno di una solitaria casa di vetro immersa nel folto di una foresta.

Circoscritto entro le pareti di questo singolare chalet, in cui si ha sempre l’impressione di essere osservati (le ampie vetrate sembrano sancire una sorta di compenetrazione tra l’edificio e lo spazio esterno), Keeper si apre sul presunto idillio romantico fra Liz e Malcolm, increspato fin da subito da elementi perturbanti: l’indefinibile sensazione di disagio provata da Liz, come se qualcuno la stesse spiando; l’irruzione inaspettata di Darren (Birkett Turton), l’invadente cugino di Malcolm; e una torta di cioccolato fatta in casa e dal sapore disgustoso, offerta a Liz come la mela avvelenata nella fiaba di Biancaneve. E quando la mattina seguente Malcolm, di professione medico, è richiamato d’urgenza in ospedale, Liz si ritrova da sola, mentre la sua realtà viene trasfigurata mediante visioni sempre più sinistre.

Nell’arco di appena un anno e mezzo (e in attesa, nei prossimi mesi, dell’imminente The Young People), Osgood Perkins si è cimentato con diverse declinazioni dell’horror: dall’elettrizzante Longlegs, thriller poliziesco a sfondo paranormale, diventato nel 2024 il maggior successo commerciale di sempre della Neon, a The Monkey, rivisitazione semi-farsesca del modello di Final Destination, per approdare con Keeper a un filone ben preciso, vale a dire lo psico-thriller su una protagonista che, in un ambito domestico dalle connotazioni minacciose, rischia di essere risucchiata in una spirale di paranoia. È un sottogenere con precedenti illustri, da Repulsion di Roman Polanski a Images di Robert Altman, ma che volendo si può far risalire ancora più indietro, alla tradizione del noir classico: un titolo su tutti, Angoscia di George Cukor.

 

I lati oscuri delle relazioni declinati in chiave horror

Nel celebre film del 1944, una Ingrid Bergman da Oscar era la giovane moglie spinta sull’orlo del baratro a causa di un diabolico complotto (il titolo originale, Gaslight, è entrato non a caso nel lessico inglese per indicare l’atto di ingannare le persone più prossime). E in Keeper, Perkins costruisce la suspense sulla crescente inquietudine di Liz: il senso di claustrofobia di quella casa di vetro che la rende esposta a sguardi invisibili, ma ancor più le presenze misteriose che le si materializzano davanti agli occhi, come proiezioni di un malessere derivante, appunto, da un rapporto ben lontano da quanto la donna si immagina. È una direzione a cui la sceneggiatura, firmata da Nick Lepard, allude con rapidità forse eccessiva, stemperando l’ambiguità dei ruoli e di conseguenza anche il fascino del racconto.

E appunto in merito ai codici dell’horror usati come correlativo oggettivo della natura tossica delle relazioni, Osgood Perkins trova un diretto termine di paragone nel recente Men, realizzato nel 2022 da Alex Garland: altro esempio di one woman show ambientato in una “casa degli orrori” e in una quiete bucolica rovesciata in atmosfere da incubo. Se però la dimensione surreale di Men si rivelava tanto intrigante proprio in virtù dell’impianto narrativo, sviluppato in maniera graduale così da sfidare costantemente lo spettatore (e da ribaltarne le attese), Keeper non raggiunge gli stessi livelli di profondità, né di autentica angoscia, percorrendo strade più o meno note (perlomeno agli estimatori del genere) fino a un epilogo non particolarmente incisivo.

Ciò nonostante, non mancano le ragioni per apprezzare comunque il lavoro di Perkins: già solo per la sua capacità di mettere in scena il senso di oppressione e di pericolo sperimentato da Liz, senza ricorrere a facili scorciatoie, ma affidandosi all’effetto disturbante delle inquadrature e delle immagini (con il contributo della fotografia di Jeremy Cox, collaboratore del regista da Longlegs in poi). E ovviamente, all’ottima prova d’attrice della canadese Tatiana Maslany, nota al grande pubblico per il thriller televisivo Orphan Black e qui capace di reggere un intero film con l’intensità dei suoi primi piani, in cui si alternano e si fondono il sospetto e la determinazione, la rabbia e la paura.

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