King Kong, la recensione
Del nuovo film di Peter Jackson non è tanto lo spettacolo (pure eccessivo a volte) che colpisce, ma la storia. Le vicende del Gorilla e della bella Ann toccano nel profondo perché, alla fine, ci riguardano da vicino. E' questo il fascino di King Kong...
Quando appresi che Peter Jackson avrebbe riportato sugli schermi King Kong sinceramente provai un misto di delusione e scetticismo. Ero deluso perchè non mi aspettavo che uno dei miei registi preferiti decidesse di fare un remake (operazione che negli ultimi tempi sta quasi diventando prassi), peraltro di uno dei più grandi film della storia. Scettico perchè conosco bene i difetti di Jackson, e avendo ben presente i contenuti del film già mi immaginavo una fiera dell'eccesso.
Per due anni ho seguito la produzione del film, dai primi passi della pre-produzione sino all'uscita dei trailer e delle prime recensioni. E tutto quello che traspariva dalle informazioni che leggevo a riguardo era che qualcosa di veramente grande si stava preparando, una operazione che non disdegnava di scadere spesso nel commerciale. Non avevamo sperimentato un tale bombardamento mediatico per Il Signore degli Anelli, altro colossal paragonabile per portata a Kong.
Struttura semplice, per una storia molto forte come King Kong, significa poter lavorare sul ritmo ed è questo che Peter Jackson fa, e così il film è un continuo saliscendi di emozioni, tutte espresse in una sinestesia di immagini e suoni, come nelle sequenze dell'arrivo alla misteriosa Skull Island (una delle scene più belle viste al cinema quest'anno) quando allo scandire di pistoni a piena velocità succede una gelida tensione a causa della nebbia.La vicenda del Gorilla è credibile perché tocca aspetti dell'animo umano stesso che Jackson sa esprimere con rara bravura
L'aspetto tecnico è quello che di primo acchito colpirà lo spettatore: gli effetti visivi sono pressochè perfetti, il sonoro curato all'inverosimile, la fotografia satura e luminosa come solo quella di Andrew Lesnie sa essere (curioso che in un primo momento si pensasse a fare un film in bianco e nero). Solo le musiche (a parte i due temi principali, molto intensi) non soddisfano pienamente, forse a causa del lavoro affrettato di James Newton Howard, che comunque il suo compito lo svolge (solo senza toccare i vertici che spesso raggiunge).
Ma la storia di King Kong non è credibile tanto per come essa ci appare sullo schermo. La vicenda del Gorilla è credibile perché tocca aspetti dell'animo umano stesso che Jackson sa esprimere con rara bravura. Il viaggio dannato, l'essere trascinati dagli eventi, la brama di potere e di successo, l'ottusità di una società che sempre più (parliamo degli anni trenta ma la trasposizione ai giorni nostri è ovviamente immediata) si può chiamare spettacolarizzata, il conflitto non tanto tra un manicheista bene e male (è una cosa che Jackson già nel signore degli anelli aveva evitato con bravura) ma tra ragione e istinto, bellezza e mostruosità - sono queste tematiche di grande impatto e profondità a rendere grande King Kong.
Tutto questo Jackson ce lo mostra con le immagini, perfette e luminose come piacciono a lui, colme di effetti visivi e di spettacolarità, eppure anche intense e commoventi, persino intime, come in una bellissima scena al tramonto su Skull Island, che tragicamente si riproporrà in cima all'Empire State Building. A contemplare i due mondi, quello selvaggio e inesplorato dell'Isola del Teschio e quello quadrato eppure incomprensibile della Grande Mela, stanno gli stessi personaggi: la Bella e la Bestia, due aspetti forse dello stesso animo, quello umano. Perché in ultima analisi King Kong parla proprio di noi, del nostro rapporto con il Mistero - non tanto quello racchiuso in un'isola lontana nell'Oceano, ma quello celato dentro a noi stessi.