La donna più ricca del mondo, la recensione: Isabelle Huppert in versione Succession
Isabelle Huppert interpreta una miliardaria coinvolta in un ambiguo rapporto con un ambizioso fotografo nel film La donna più ricca del mondo, ispirato allo scandalo Bettencourt.
Nel giugno 2010, sulle cronache francesi esplodeva con fragore inaudito il cosiddetto affaire Bettencourt, che coinvolgeva l’allora ottantasettenne Liliane Bettencourt, la donna più ricca del paese, e alcuni membri del Governo, destinatari di versamenti illeciti da parte dell’anziana ereditiera dell’impero finanziario L’Oréal. Il caso si sarebbe trasformato ben presto in uno dei maggiori scandali della storia francese, arrivando a coinvolgere in maniera diretta perfino il Presidente della Repubblica Nicholas Sarkozy, la cui parabola politica avrebbe intrapreso da lì a breve un rovinoso declino. E l’affaire Bettencourt costituisce la base narrativa da cui il regista e sceneggiatore Thierry Klifa ha tratto il film La donna più ricca del mondo, in uscita nelle sale italiane dopo la presentazione fuori concorso al Festival di Cannes 2025 e il passaggio all’edizione 2026 del festival Rendez-Vous.
L’affaire Bettencourt raccontato da Thierry Klifa e Isabelle Huppert
Accolta da un vasto successo di pubblico in patria (quasi un milione di spettatori), la pellicola di Klifa si propone come un evidente roman à clef, che al di là dei nomi fittizi non potrebbe essere più esplicito nei riferimenti, già a partire dal titolo (un’allusione all’epiteto usato più volte in Francia per indicare Madame Bettencourt), e che non ha bisogno di romanzare più di tanto una vicenda talmente clamorosa da essere già entrata nella memoria collettiva francese e non solo (a tal proposito, si rimanda alla docu-serie Netflix L’affaire Bettencourt – Uno scandalo miliardario). La donna più ricca del mondo si apre non a caso con l’irruzione delle autorità nella villa di Marianne Farrère, alias Liliane Bettencourt, incarnata da Isabelle Huppert, per poi ripercorrere in una lunga analessi – e con l’intermezzo di interviste ai personaggi – le tappe del suo rapporto con il fotografo Pierre‑Alain Fantin.
A prestare il volto a Fantin, alter ego di François-Marie Banier (finito sotto processo per essersi intascato una fortuna abusando della fiducia della Bettencourt), è Laurent Lafitte, che torna a dividere la scena con Isabelle Huppert a nove anni di distanza dal thriller Elle, pluripremiato capolavoro di Paul Verhoeven. Se l’immagine aristocratica, fredda e altera spesso associata a numerosi ruoli della Huppert viene riproposta per la figura di Marianne Farrère, il suo ritratto si tinge di calore e tenerezza dal momento dell’incontro con Fantin, ingaggiato per un servizio fotografico e capace, in virtù di una schiettezza esuberante e provocatoria, di far breccia nel cuore della miliardaria, tanto da diventare l’inseparabile ‘favorito’ della donna, fra lo stupore e il disappunto della famiglia Farrère.In queste prime battute, il film di Klifa sembra assumere non a caso toni da commedia brillante, contrapponendo la chiassosa vivacità e lo spirito caustico di Fantin, accompagnato dal giovane partner Raphaël d’Alloz (Joseph Olivennes, figlio di Kristin Scott Thomas), alla formale compostezza dei parenti di Marianne: il marito Guy (André Marcon), a capo di una gigantesca azienda di cosmetici, e la figlia Frédérique (Marina Foïs), sposata con Jean-Marc Spielman (Mathieu Demy) e insofferente alla sfacciata volgarità del fotografo. I toni sopra le righe di Fantin e le malcelate tensioni fra lui e il clan dei Farrère recuperano in parte il modello dei serial alla Dynasty, pur evitando di scivolare nel camp, e in parte quello più recente di Succession, ma senza eguagliarne la dimensione grottesca né la dirompente forza satirica.
Anche i ricchi piangono: inganni e colpi di scena nella “gabbia dorata”
La scelta di Thierry Klifa, co-sceneggiatore insieme a Cédric Anger e Jacques Fieschi, consiste invece in una ‘medietà’ che non prende posizione nel conflitto sviluppatosi attorno all’immenso patrimonio di Marianne e non scioglie del tutto l’ambiguità della relazione tra lei e Fantin, in cui si amalgamano complicità e dipendenza emotiva. Elemento estraneo e variabile impazzita nel microcosmo dell’altissima borghesia imprenditoriale, Pierre‑Alain Fantin viene dipinto da Laurent Lafitte, premiato con il César come miglior attore, senza mai abbandonare la sua maschera da istrione dandy ed egocentrico; mentre il proverbiale magnetismo di Isabelle Huppert è messo al servizio di una donna magari ingenua e vulnerabile, ma al contempo troppo padrona di sé e della propria esistenza per poterci apparire una semplice vittima.
Sono proprio tali dinamiche fra i personaggi, abbastanza concreti e credibili da non correre mai il rischio di essere ridotti a stereotipi, a sostenere un racconto che non tarda a svoltare verso il puro dramma, e che nella squadra di interpreti trova il suo principale punto di forza. Su Isabelle Huppert non c’è bisogno di sprecare superlativi, mentre fra i comprimari si distingue pure un valido Raphaël Personnaz nella parte dell’impassibile Jérôme Bonjean, antitesi – e nemesi – di Fantin: un maggiordomo autenticamente affezionato a Marianne, ma che paradossalmente si rivelerà l’artefice della sua caduta (la figura di Jérôme è ricalcata su quella di Pascal Bonnefoy, la ‘talpa’ all’origine dello scandalo Bettencourt). Una caduta ricostruita da Thierry Klifa in maniera a tratti frettolosa, tralasciandone i risvolti politici per restare ancorato alla dimensione privata e familiare.
Se la vicenda si apre durante la Presidenza di François Mitterrand (idealmente, sul finire degli edonistici anni Ottanta) e procede per oltre due decenni (ma l’impressione, guardando il film, è che l’arco temporale sia assai più ristretto), verso l’epilogo gli eventi e i colpi di scena si affastellano con un ritmo precipitoso e non sempre convincente, limitando il pathos della conclusione. Una conclusione in grado comunque di ribadire i punti-chiave di una storia che, in fondo, potrebbe appartenere a qualunque epoca: un morality tale sull’intreccio fra amore e opportunismo, sulla natura intrinsecamente corrotta del potere (Guy Farrère è accusato di connivenza con il regime nazista durante il periodo dell’occupazione) e sulla ricchezza come una gabbia dorata a cui è forse impossibile sfuggire. La donna più ricca del mondo è, per assurdo, anche la più sola.