La fine di Oak Street, la recensione: cosa resta dei blockbuster
Il nuovo, atteso film di David Robert Mithcell è un progetto ambizioso e sulla carta a dir poco intrigante: un blockbuster folle e paradossale sulla crisi, forse soffocato dalla troppa nostalgia.
A raccontarlo agli appassionati, si rischierebbe di non crederci: un regista che nell’orrore aveva trovato la sua dimensione più profonda, alimentando in prima persona la wave elevata che ha stravolto i canoni del cinema contemporaneo, torna dopo anni a girare un blockbuster incredibilmente comune. La fine di Oak Street segna per David Robert Mitchell uno squarcio (letterale) tra prospettive passate e future, ma basta osservare con più attenzione per capire che in fondo la sua scelta è tutt’altro che casuale. Perché in questa folle epopea familiare, prodotta da J.J. Abrams per ripercorrere le orme del cinema di Spielberg e degli anni '80, la paura è persino più intima all’emergere dell’impossibile.
Proprio quest’ultimo aspetto rischia di appesantire un’opera dal grande potenziale drammatico: giocare con la nostalgia è una scelta intelligente, ma non scalfisce mai la superficie. Per questo lo sforzo si è rivelato duplice, soprattutto in sede di scrittura. Il risultato convince in buona parte, ma rivela anche una certa paura di osare - un paradosso creativo che riguarda tutto il grande cinema popolare d'occidente.
I dolori della famiglia Platt
Nella quiete del tempo che sfugge, immersi in una quotidianità sbiadita, Greg e Denise vivono su binari opposti. Lui guarda a ciò che rischia di perdere, lei brama una libertà che non ha mai vissuto. Il primo paradosso parte proprio dall’idea che Greg si era fatto di sé e della sua famiglia, ora crepata dalla crisi di prospettive, e si rispecchia nelle voglie di Denise: a voler cogliere la metafora dello squarcio dimensionale che trascina la famiglia in un contesto preistorico, si potrebbe dire che il sogno americano non ha più la forza per preservare i suoi equilibri. Lavoro e identità coincidono, agli occhi del protagonista: quell’idea di provider, intrisa di qualunquismi e convinzioni che cozzano con la realtà di un maschio sempre più fragile (come spesso capita nel cinema di oggi). Greg è immerso nel proprio abisso, ma non è solo: sua moglie si ritrova a lottare contro la corrente, alla ricerca di una fuga da quell’esistenza sempre più conforme (e quindi infelice).
Il regista fa tesoro di questo concetto, suggerendo più volte il potenziale intimo di quelle profondità velate, ma nei vincoli di uno spettacolo che non può mancare si lascia travolgere dagli echi di un cinema più spigliato e leggero, evitando di percorrere strade ben più coraggiose.
Dare un senso alla fine
Anche se il rischio di scadere nel ridicolo si fa concreto, Mitchell riesce a resistere a certe tentazioni e si impegna a portare sullo schermo la sua idea di fine. Diversa da come la si prospettava all’inizio, ma non per questo meno potente. La fine, qui, non indica una chiusura in senso assoluto ma apre alla prospettiva di un cambiamento che dia nuovo senso al futuro. Il regista si aggrappa alle sue premesse iniziali, cercando di preservare quello spazio sacro in cui l’orrore possa mantenere i personaggi sulle rispettive posizioni, ma poi forza la mano pur di concedergli una via d’uscita. Chiamatela terapia d’urto, se volete: La fine di Oak Street non offre spiragli di speranza, ma sprazzi di concretezza capaci di superare qualsiasi fantasia.