La Gameti, la recensione
La Gameti è un'opera schietta oltre ogni immaginazione, realizzata con cura maniacale e senza compromessi
Come dei moderni Codex seraphinianus, i lavori di Genchi mutano la realtà per raccontare al lettore qualcosa di oscuro e spaventoso che si nasconde alle sue spalle. Ne La Gameti, tutto inizia da una sorta di partenogenesi - illustrata con la precisione degli atlanti anatomici che non lasciano nulla all'immaginazione - alternata ai simboli che da sempre vengono identificati con il sesso femminile: fessure e triangoli. L'autore mette in chiaro fin da subito i suoi intenti: non si tratta di un tomo destinato al grande pubblico (aspetto confermato da una tiratura dell'opera decisamente limitata), e in virtù di questo si concede la libertà di presentare ogni soggetto con disturbante fedeltà anatomica, pur mantenendo un segno estremamente sintetico e leggibile.
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Come il rapporto di coppia uomo/donna può essere sempre ricondotto a un eterno corteggiamento che porta due opposti ad attrarsi verso un terreno comune, così la storia proposta da Genchi declina questa vicinanza/distanza in terreni di acerrimo scontro o profonda condivisione. C'è il contatto tra due corpi sintetizzati con le uniche parti utili all'accoppiamento e c'è lo scontro tra due anime che non riescono a comprendersi e accogliersi a vicenda. In questa storia, tutto racconta la più antica e acerrima faida della Terra tra il sesso maschile e femminile, costretti a incontrarsi per sopravvivere.
"Schietto oltre ogni immaginazione, realizzato con cura maniacale e senza compromessi."Come Lo fallo perduto, La Gameti è un'opera tanto complessa quanto ben riuscita sotto ogni aspetto. Dal punto di vista tecnico, la coerenza estetica messa in atto da Genchi è strabiliante: la gabbia, le linee cinetiche e le fughe delle singole composizioni fanno tesoro dell'esperienza tratta dal disegno tradizionale giapponese e dall'iconografia sacra del Medioevo, proponendo delle illustrazioni che fanno intuire la terza dimensione sovrapponendo piani, luci e le (poche) ombre proprie, mai portate. Questo sapiente utilizzo del segno e dell'immagine crea un connubio perfetto con la narrazione, sempre evocativa e mai didascalica: un incubo che si fa leggere tutto d'un fiato, dall'inizio alla fine.
