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La guerra dei prezzi, la recensione - Un film che va al ritmo dell'attualità

La guerra dei prezzi è un buon film che diventa ottimo grazie alla congiunzione tra l'argomento affrontato dalla sceneggiatura e la più stringente attualità.

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L’abilità di un distributore può, talvolta, contribuire alla percezione della qualità di un film. Ci sono infatti titoli di valore medio-alto che faticano a trovare una collocazione nella programmazione delle sale o, più semplicemente, nelle scelte di visione del pubblico. Passando in sordina, non si inseriscono nel dibattito culturale. Il tempismo, a volte, può fare la differenza. È il caso di La guerra dei prezzi, un thriller di stampo industriale in cui i processi economici sono scandagliati con verve combattiva. Un po’ alla Stéphane Brizé, la regia di Anthony Déchaux procede incessantemente verso una direzione chiara sin da subito: la denuncia sociale. A rendere il film particolarmente rilevante è però il tema su cui si concentra.

Audrey è figlia di agricoltori e lo yogurt rappresenta una parte importante del business di famiglia. È contenta di essere stata assunta dalla Derval, un colosso della grande distribuzione organizzata. Dovrà occuparsi della centrale acquisti, affiancando un uomo talmente influente nel settore da essersi guadagnato il soprannome di «il barone». In sostanza, il lavoro consiste in lunghe trattative, spesso condotte con subliminali metodi di prevaricazione che, in caso di necessità, possono diventare parecchio espliciti. Lo scopo è ottenere ad ogni costo sugli scaffali il miglior prodotto al minor prezzo. Se non fosse possibile, va bene anche soltanto il prezzo più basso. A pagare l’avidità del sistema sono due ingranaggi di questa catena: i consumatori da una parte e gli allevatori, schiacciati da una bilancia contrattuale profondamente squilibrata, dall’altra.

La guerra dei prezzi è una guerra segreta

La guerra dei prezzi segue la scia del miglior cinema d’inchiesta europeo, senza cercare di innovarlo. Costruisce a partire da idee già proposte altrove. Non è nuovo il dilemma che deve affrontare Audrey: fare parte del sistema che strozza gli agricoltori, provando ad approfittarne, oppure opporsi a esso dall’interno? Eppure, il tempismo con cui questo film arriva in sala gli permette di essere infinitamente più rilevante. Quasi tutto ciò che racconta è noto (o quantomeno intuibile): la ricerca del profitto a ogni costo finisce per colpire il consumatore. Il biologico è un metodo di produzione, ma anche una leva di marketing. Dietro un’etichetta ci sono contratti, rapporti di forza e studi di mercato. La filiera che porta un prodotto sullo scaffale è spesso soggetta a storture.

Quello che, in qualsiasi momento, sarebbe un buon film, ma niente di più, diventa, nel contesto del novembre 2026, una visione quasi capace di commentare l’attualità. La vicenda della distribuzione dei prodotti lattiero-caseari della Derval (azienda di finzione) sembra concepita per dare inizio a un dibattito, non per mettervi fine. Pur partendo da una posizione ben precisa (fin troppo manichea), la regia di Déchaux si mette al servizio di una riflessione sulle proteste degli agricoltori che, in queste settimane, stanno interessando le strade italiane e non solo.

Il consumatore osserva l’aumento dei prezzi di quasi tutti i beni e, quando si trasforma in spettatore di questa "guerra segreta", cerca risposte all’interno dell’opera trovandole. La guerra dei prezzi ha il pregio di disilludere chi non lo fosse già. Ha una verve combattiva che non si esaurisce con la visione. È possibile che la prima spesa fatta dopo aver visto il film sia molto più cauta rispetto al solito. Per ciò che si propone la sceneggiatura, questo è già un successo!

Un film di stampo sociale

Per fortuna, La guerra dei prezzi non è solo questo, ha anche una durata bilanciata molto bene e una buona gestione del ritmo. Quando il thriller ingrana, è un piacere da vedere. Grazie a una scrittura capace di semplificare passaggi tecnici complessi, è possibile appassionarsi anche al tentativo della protagonista di conciliare la sfera privata con quella lavorativa. Ancora più efficaci sono le trattative, messe in scena con un piglio esagerato, ma parecchio appassionante. Le strategie del «barone» servono a costruire la tensione narrativa. Sappiamo che arriva in ritardo per un motivo, così come che durante i colloqui resta sempre in piedi, a distanza. Non sappiamo, però, come queste tecniche lo porteranno al risultato desiderato. Assistere a queste sequenze offre, cinicamente, un buon intrattenimento.

Poi si ripiomba nel dramma di ciò che si è visto e il film diventa meno graffiante, ma più utile alla comprensione del presente. Sempre che un’opera audiovisiva debba “servire a qualcosa”, La guerra dei prezzi prova ad essere utile alla sua causa. Sicuramente riesce a inquietare quanto basta per spingere lo spettatore a volerne sapere di più. Il tempo dimostrerà se, esaurita la sua stringente attualità, riuscirà a essere un film a lunga conservazione o destinato a scadere presto.

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