La ligne - La linea invisibile, la recensione
Studio freddo tanto quanto lo sono i suoi personaggi e le loro relazioni, La ligne ha la forza e i limiti di un teorema sociologico
La nostra recensione di La Ligne - La linea invisibile, dal 19 gennaio al cinema
Durante un litigio, la trentenne Margaret colpisce violentemente la madre Christina, causandole la perdita parziale dell'udito. Per questo, le viene imposto di rimanere ad almeno 100 metri dall'abitazione del genitore per tre mesi. Il legame con la sorella più piccola Marion porta però Margaret a restare sempre al limitare di questa linea (tutt'altro che invisibile) in un costante tentativo di avvicinamento.
Meier mette in scena un secco studio di personaggi e di un ecosistema, guardati a distanza come animali in laboratorio, evitando qualsiasi spinta melodrammatica. Evidente però dove punti l'asse della sua attenzione. Esclusa la prima scena (lo scontro con la madre), di Margaret vediamo non la violenza che impone agli altri ma quella che impone a se stessa, i segni delle ferite sul suo corpo. Seppur manca una spiegazione sul come è perché sia nato il suo rapporto conflittuale con il genitore, è facile intuirne le ragioni. Quella che ci viene presentata come la parte lesiva si rivela una vittima, capace allo stesso tempo di creare una relazione sana con la sorellina.
Nel suo schematismo di fondo, nella sua rigidità di struttura e contenuto, La ligne è un film in cui è difficile veramente entrare, che rimane sospeso e si prolunga sempre nelle stesse coordinate. Una volta infatti impostati i caratteri e le dinamiche del gioco, manca infatti una svolta, un cambiamento di prospettiva, che possa veramente mettere in discussione il nostro punto di vista o portarci a una riflessione. Solo nel finale arriva una parziale apertura che però, complice l'arrivo dei titoli di coda, rimane completamente irrisolta.