La mattina scrivo, la recensione: fra vocazione artistica e capitalismo 2.0

Nel film La mattina scrivo, Valérie Donzelli racconta la quotidianità di un uomo impegnato a perseguire la passione per la scrittura, a dispetto delle difficoltà finanziarie.

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La svolta improvvisa che imprime un nuovo corso a un’esistenza ordinaria, la determinazione nel perseguire un obiettivo nonostante difficoltà insormontabili: si tratta di un tópos narrativo tra i più frequenti e consolidati del cinema di ogni epoca e latitudine, a partire dalle canoniche storie di rivalsa di matrice hollywoodiana, e in genere ad altissimo rischio di retorica. Un rischio abilmente superato da Valérie Donzelli ne La mattina scrivo: un’opera che non potrebbe essere più distante dalle formule standard legate alla celebrazione del coraggio di scelte di vita anticonvenzionali, e che al contrario si distingue per un approccio senz’altro meno scontato e per la costante ricerca di un’autenticità più dimessa e volutamente anti-spettacolare.

La mattina scrivo, titolo originale À pied d’œuvre, è basato sull’omonimo libro autobiografico di Franck Courtès, fotografo che dal 2013 ha intrapreso una carriera da scrittore, e la cui figura corrisponde nel film a quella di Paul Marquet: un quarantaduenne di stanza a Parigi che ha abbandonato la professione nell’ambito della fotografia per dedicare tempo ed energie alla scrittura, e che nel frattempo dimora in un seminterrato e si mantiene con lavori occasionali a chiamata, pagati poche decine di euro. Una quotidianità ripetitiva, spesso faticosa, da cui trapelano le crescenti difficoltà nel far quadrare i conti, ma ancor più nell’essere pienamente accettato all’interno di una società refrattaria a concepire questa instabilità finanziaria, tanto più se messa al servizio di una vocazione artistica.

 

Un capitolo atipico nel cinema di Valérie Donzelli

L’approccio de La mattina scrivo, con un taglio iperrealistico nella rappresentazione delle brutali dinamiche lavorative del nostro tempo, risulta alquanto insolito nell’ottica del percorso da regista di Valérie Donzelli. Classe 1973, attiva fin dal 1999 come attrice fra grande e piccolo schermo, la Donzelli ha esordito dietro la macchina da presa nel 2009 con La Reine des pommes, affermandosi appieno due anni più tardi in virtù del successo de La guerra è dichiarata. Da lì in poi, i suoi film – da Main dans la main a Marguerite & Julien – sono sempre stati incentrati su passioni, sentimenti, rapporti familiari e affettivi messi in scena con l’intensità del melodramma o con una grazia fiabesca dai contorni surreali, con la parziale eccezione del più recente Il coraggio di Blanche (2023), cruda analisi delle derive di una relazione tossica.

La mattina scrivo, adattato da Valérie Donzelli insieme al suo collaboratore di fiducia Gilles Marchand e ricompensato alla Mostra di Venezia 2025 proprio con il premio per la sceneggiatura, adotta un registro ben diverso: è un racconto asciutto, minimalista, che rinuncia del tutto all’enfasi melodrammatica, né si abbandona a quel romanticismo che colorava di tinte sognanti perfino la tragedia familiare de La guerra è dichiarata. Piuttosto la cronaca delle giornate di Paul, divise fra sessioni di scrittura, ingaggi da tuttofare e rarissime occasioni di socialità, è attraversata da una sommessa malinconia: che si tratti di sue riflessioni affidate al voice over o della silenziosa constatazione di un progressivo distacco dai propri cari, fra cui una ex moglie (interpretata dalla stessa Donzelli) e due figli con cui sta perdendo ogni contatto.

Lo scrittore di Bastien Bouillon e i crudeli ingranaggi della gig economy

In tale ottica, la pellicola si sviluppa interamente attorno alla performance in sottrazione del suo protagonista, Bastien Bouillon, rivelatosi negli scorsi anni fra i talenti emergenti del cinema francese, in particolare per il suo sodalizio con il regista Dominik Moll (il poliziesco La notte del 12). Il ritratto di Paul Marquet dipinto da Bouillon è quello di un uomo silenzioso e pacato, che predilige sempre e comunque l’osservazione e la calma: sia nelle interazioni con i clienti, sia nel far fronte al disappunto dei suoi genitori (il padre è il veterano André Marcon, la madre l’icona rohmeriana Marie Rivière), sublimando così nella lucidità della scrittura tutti i propri timori e le inquietudini di una vita precaria.

Ed è appunto tale precarietà l’altro tema-chiave de La mattina scrivo, seppure senza il piglio militante alla Ken Loach o, per restare in terra francese, alla Stéphane Brizé. Il ricorso alla cosiddetta gig economy, che si traduce in una “guerra tra poveri” consumata in una disperata offerta al ribasso, costituisce l’ossatura drammatica di un film che descrive nel dettaglio una certa fenomenologia del capitalismo 2.0: gli algoritmi delle app per i gig worker, governati dai punteggi delle recensioni (e quindi anche dalla volubilità dei clienti), come nuove armi in una lotta di classe combattuta su un terreno virtuale, secondo tempistiche e ritmi sempre più invasivi e sottilmente spietati. Un meccanismo di cui Paul è suo malgrado un ingranaggio, ma a cui forse riuscirà a contrapporre – in risposta alla domanda «Ma la mattina non lavora?» – la ferma rivendicazione del titolo.

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