La mia famiglia a Taipei, la recensione: Taiwan fra neorealismo e commedia

Realizzato dalla regista Shih-Ching Tsou e co-sceneggiato dall’autore di Anora Sean Baker, un vivacissimo ritratto familiare su diverse generazioni di donne a confronto.

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Lo sforzo di mantenersi a galla in un contesto urbano alienante e frenetico, in cui i problemi finanziari si intrecciano alla faticosa affermazione di se stessi: è un letimotiv che percorre la filmografia del cineasta statunitense Sean Baker, fra i principali esponenti della scena indipendente contemporanea, e della sua storica collaboratrice da oltre vent’anni, Shih-Ching Tsou, nata a Taipei, trasferitasi a New York dopo la laurea e diventata la produttrice di cinque lungometraggi di Sean Baker a partire da Take Out, co-diretto dai due sodali nel 2004. Un isolato cimento dietro la macchina da presa a cui ha fatto seguito, nel 2025, La mia famiglia a Taipei, prima prova da regista in solitaria per Shih-Ching Tsou, sulla base di una sceneggiatura firmata a quattro mani da lei e da Baker.

Shih-Ching Tsou: dall’America di Sean Baker alla moderna Taipei

L’approccio da cinema vérité, l’adozione di un neorealismo filtrato attraverso un’empatia mai giudicante, l’interesse per chi vive ai margini di una società composita e inesorabilmente classista: erano elementi-chiave di Take Out, cronaca della routine di un immigrato cinese sommerso dai debiti e con un logorante impiego da fattorino nel mare magnum di New York; sono caratteristiche peculiari dell’intera opera di Sean Baker, reduce dalla trionfale accoglienza nel 2024 per il suo Anora; e si tratta degli stessi ingredienti de La mia famiglia a Taipei, presentato al Festival di Cannes 2025 nella Semaine de la critique, insignito del riconoscimento come miglior film alla Festa del Cinema di Roma e in concorso con i vessilli di Taiwan per l’Oscar come miglior film internazionale.

Shih-Ching Tsou ci trasporta nella natia Taipei, la metropoli in cui ha da poco fatto ritorno Shu-Fen (Janel Tsai), donna di mezza età accompagnata dalla figlia I-Ann (Shih-Yuan Ma), inquieta ventenne che ha dovuto rinunciare agli studi universitari per contribuire al bilancio familiare, e I-Jing (Nina Ye), una vivace bambina di cinque anni turbata dal fatto di essere mancina (da qui il titolo originale, Left-Handed Girl), in quanto il nonno le ha intimato di non usare la mano sinistra, essendo la “mano del diavolo”.

È un dettaglio autobiografico, ricollegato dalla regista a «uno stato d’animo, la silenziosa vergogna che mi sono portata dietro senza capirne del tutto i motivi», e da cui emerge la dicotomia fra la moderna Taiwan, un paese in continuo divenire e che viaggia a ritmi rapidissimi, e il tradizionalismo ammantato di superstizione della generazione precedente. La mia famiglia a Taipei, del resto, è anche un film su un conflitto generazionale, imperniato sulla difficoltà di comunicare e sulla presunta necessità di fingere e mentire.

Generazioni a confronto in un’ironica “commedia umana”

Se Shu-Fen è una madre single che tenta di far quadrare i conti gestendo uno stand di noodle in un mercato notturno di Taipei, I-Ann trova un bizzarro ingaggio che le richiede di attrarre l’attenzione dei clienti sfoggiando un abbigliamento succinto (un fenomeno diffusosi a Taiwan con l’espressione “bellezze delle noci di betel”), comincia una relazione clandestina con il suo datore di lavoro e nel frattempo cerca di prendersi cura della piccola I-Jing, la quale utilizza la “mano del diavolo” per dedicarsi al taccheggio.

La prospettiva di Shih-Ching Tsou, sempre contraddistinta da una leggerezza di fondo da tipica “commedia umana” (un tratto peculiare della penna di Sean Baker), adotta di volta in volta il punto di vista dei suoi personaggi, restituendoci tanto l’infantile meraviglia di I-Jing rispetto al brulicante microcosmo notturno del mercato di Taipei, quanto lo sguardo più consapevole e disilluso delle adulte della famiglia, alle cui differenze caratteriali fa da contrappeso un’analoga determinazione nel destreggiarsi fra le innumerevoli sfide quotidiane.

Ma l’equilibrio precario nei loro rapporti arriverà a un improvviso, deflagrante punto di rottura in prossimità dell’epilogo, quando la festa di compleanno della matriarca Xue-Mei Wu (Xin-Yan Chao) si trasforma in una roboante “resa dei conti” in cui si fondono comicità e dramma: la prevedibile climax di un meccanismo narrativo ben studiato, ma anche una manifestazione del dissidio fra una mentalità patriarcale ancora imperante e la rivendicazione di un’individualità – e di un’identità – troppo spesso ridotte al silenzio.

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