L'amore Bugiardo - Gone Girl, la recensione [1]
L'Amore Bugiardo - Gone Girl è un film dalle molteplici facce, ognuna più affascinante dell'altra
“Amico, questo film è cattivo, è incredibilmente cattivo”.
E, in effetti, è difficile dare torto a Mr. Self Destruct.
L'Amore Bugiardo – Gone Girl è un film cattivo.
In primis nei confronti della malcapitata persona che si ritrova a doverlo analizzare, recensire stando attenta a soppesare con attenzione ogni singola parola per evitare di rivelare, o anche solamente accennare, dei passaggi nodali per descrivere in maniera più precisa il “senso” della pellicola. Se si potesse dare per scontato e assodato il fatto che tutti abbiano letto il
romanzo omonimo di Gillian Flynn sarebbe tutto più facile e potrei anche terminare subito la frase “La storia comincia come se fosse un Rashomon 2.0 e poi...”.
Già. E poi.
Da quelli di Fight Club, manifesto tanto tanto vituperato dalla critica cinematografica – questi snob radical chic che Fincher detesta, giustamente aggiungo io visto che qua su BadTaste amiamo mantenerci su posizioni il più possibile distanti da certi atteggiamenti perché, come direbbe Francesco Alò, “Siamo solo dei critici di merda!” - e drammaticamente attuale nel descrivere la svolta nichilista del mondo di oggi. Non ve ne accorgerete a livello conscio, ma sappiate che in quanto sostenitore del Progetto Mayhem ho inserito dei peni in questo articolo per sovvertire subliminalmente la calma e la tranquillità delle allegre famigliole.
Quella di Fincher è una filmografia fatta di opere così profondamente diverse fra loro, unite da un tratto comune: quando andiamo al cinema a vedere un film diretto dal regista di Denver diventiamo tutti dei Nicholas Van Orton, vittime di un gioco dal finale imprevedibile. Proprio per questo, il romanzo di Gillian Flynn è pane per i denti del regista, perché a lui in realtà interessa più che altro l'aspetto di...
Come i due protagonisti Nick Dunne (Ben Affleck) e sua moglie Amy (Rosamund Pike). Uno, Nick, palesemente insopportabile, un babbeo di dimensioni colossali con quel suo sorriso da Mr. Splendido e quel suo portamento “100% Irish/American” che si traduce nella scelta di casting di un Affleck perfetto per la parte. Viene naturale domandarsi se Fincher abbia voluto l'attore in quanto consapevole del fatto che uno come lui tende facilmente ad attirare su di sé una dose colossale di antipatia.
Non mi spingo così lontano da affermare che si respiri aria di statuetta dorata perché forse è eccessivo, ma con questo film, Affleck regala un ulteriore, sonoro pernacchione ai suoi detrattori. Come se Gone Baby Gone, The Town e Argo non fossero stati sufficienti. Però con Rosamund Pike, bella, elegante, altera, austera, hitchcockiana nella sua algida bellezza upperclass lo faccio eccome. Quello di Amy Dunne è il proverbiale ruolo della vita. E i due protagonisti sono circondati da
un team di comprimari perfetto. Quasi diabolico, verrebbe da dire, per come traduce sullo schermo le suggestioni della scrittrice. Neil Patrick Harris potrebbe sembrare, in prima istanza, troppo scolastico nella sua maniera d'impersonare il “cocco di mamma” di buona famiglia, eppure è protagonista di un passaggio che, in riferimento anche a quella che è la sua vita privata, diviene quasi machiavellico. "Molto meta", per citare un personaggio del film. Tyler Perry riassume su di sé – la sintesi, di nuovo – le caratteristiche che nel libro erano proprie dell'avvocato Tanner Bolt, bianco, e della moglie afroamericana. Patrick Fugit e Kim Dickens magistrali nel dare vita uno a un detective palesemente convinto della colpevolezza di Nick, l'altra decisamente più dubbiosa e propensa a...
E nel tessere la sua tela fatta di molteplici piani di verità, un concetto relativo d'altronde, di riflessioni sulla gogna mediatica condotta da quei giornalisti che, talvolta, vanno così poco a genio al regista, di depistaggi nei confronti dello spettatore, è impossibile non dare la giusta attenzione al rapporto fra David Fincher, il deus-ex machina dei Nine Inch Nails Trent Reznor e il produttore musicale inglese Atticus Ross. Tutto il film è pervaso da un'atmosfera vagamente sinistra, perturbante, ottimamente valorizzata dalle musiche, dai suoni creati dai due artisti. Brani che partono quieti, quasi rassicuranti, per poi affidare a sonorità distorte e battiti di sottofondo, la creazione di una dissonanza che riesce a condurre nel territorio dello straniamento.
Facendo perdere allo spettatore ogni punto di riferimento.
E' un thriller abilmente confezionato con dei twist narrativi capaci di sorprendere più volte lo spettatore.
E' una riflessione sulla relatività, sulla soggettività di un concetto come la verità.
E' una collezione di sontuose prove attoriali e scelte di casting oculate.
E' un'amara considerazione sul matrimonio.
E tutte queste fila sono tessute e tenute insieme da David Fincher con quella sapienza e quell'intelligenza che solo i più grandi registi possono vantare.
Perché, come dice lui stesso, “Ci sono centinaia di maniere per riprendere una scena, ma, alla fine della fiera, si riducono sempre solo a due: e una è quella sbagliata”.