Last Film Show, la recensione
Last Film Show di Pan Nalin è una dichiarazione d'amore, originale per la sua cinefilia, al cinema come materia e dispositivo
La recensione di Last Film Show, al cinema dal 23 agosto
In questi anni molti autori hanno sentito la necessità di raccontare in un film la storia della loro e vita e quindi del loro personale cinema (Spielberg, Branagh, Sorrentino, Iñárritu…) ma Last Film Show, pur non essendo pienamente appagante per compiutezza o originalità, si distingue per una caratteristica unica, il suo essere un atto più preciso e specifico di cinefilia: una dichiarazione d’amore alla materia del cinema in pellicola, cui Samay tende con la voracia di chi vuole toccare con mano ciò che lo affascina (che si mette addosso, stagliuzza, ruba e regala) e all’arte del proiettare, che infatti Samay persegue lungo tutto il film come se quella fosse la sua vocazione, e non quella di fare il regista (cosa che infatti non viene mai detta).
La fissazione di Samay, come quella del “piccolo Spielberg” di The Fabelmans, viene da una scoperta sconvolgente, che tuttavia non è quella di Spielberg di poter fermare e manipolare il tempo (la vocazione di un regista…) ma quella, e qui sta il discrimine, di poter catturare la luce. È la magia del dispositivo, e così l’ossessione del protagonista, lungo tutto il film, sarà ritrasmetterla su uno schermo da sé, costruendo coi suoi amici un proiettore da scarti di discarica.
Nonostante il suo incedere a volte claudicante e dispersivo, Last Film Show è un film veramente focalizzato sull’affascinante aspetto del cinema come materia. Questa idea Pan Nalin la percorre fino alle sue estreme conseguenze, ovvero la distruzione dell’analogico, con una sequenza sorprendente per la sua crudezza emotiva e le implicazioni di consumo che comporta, riuscendo a far coincidere con l’immagine di braccialetti di plastica (ma non diremo altro) l’esito tragico e la presenza immortale dei film della sua vita e del cinema in generale.
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