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Le aquile della repubblica, la recensione: il cinema è una gabbia dorata

Tarik Saleh arriva in sala con un thriller politico che smonta la propaganda immagine per immagine

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Le aquile della repubblica, il film di Tarik Saleh che arriva al cinema dopo il concorso di Cannes 2025, si apre su bellissimi titoli di testa, costruiti su manifesti autentici del cinema egiziano: immagini sgargianti, eroi a figura intera, colori che urlano. Un inizio che è già una dichiarazione di poetica, perché Le aquile della repubblica di Tarik Saleh — regista svedese di origini egiziane, già autore del notevole La cospirazione del Cairo — è un film che parla di immagini e di quanto le immagini possano mentire.

Dalla padella alla brace

Il protagonista è un attore di grande successo che si ritrova suo malgrado risucchiato negli ingranaggi del potere quando lo accusano di aver appoggiato idee e aver partecipato a film non conformi al regime. È un pesce che cerca disperatamente di nuotare fuori dalla vasca in cui è cresciuto e che lo ha nutrito, ma ogni breccia che trova si rivela un passaggio verso una vasca ancora più piccola, ancora più sorvegliata. La sua traiettoria è quella classica dell'uomo comune travolto dalla storia, solo che qui la storia ha i baffi, l'uniforme, e ti offre un lavoro che non puoi rifiutare.

Il film ragiona con intelligenza sul concetto di propaganda: c'è una distinzione che Saleh sembra voler tracciare con precisione chirurgica, ossia che la propaganda come manipolazione del giudizio attraverso le immagini è, in fondo, il mestiere di qualsiasi regista, ma diventa qualcosa di maligno, moralmente intollerabile, quando smette di lavorare sulle immagini e comincia a lavorare sulla realtà che quelle immagini dovrebbero rappresentare. C'è una scena emblematica: durante la preparazione di un film commissionato dal potere, si mettono capelli a un personaggio che quei capelli non li ha mai avuto. È il momento in cui il cinema si trasforma in strumento di pura oppressione.

Tra "famiglia" e ideali

A tenere tutto insieme c'è anche una riflessione più domestica e universale: il "tengo famiglia" come forma di resa anticipata, come alibi morale che generazioni intere hanno usato per non scegliere. I personaggi del film non sono mostri, sono padri, colleghi, funzionari che hanno semplicemente smesso di chiedersi dove stessero andando.

Le aquile della repubblica è un film onesto e formalmente consapevole, che usa il thriller politico per parlare di responsabilità individuale, di codardia sistemica, e di quanto sia facile perdere se stessi dentro una storia più grande, soprattutto quando qualcuno ha già deciso quale ruolo reciterai.

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