Le avventure del piccolo Nicolas, la recensione
Le avventure del piccolo Nicolas fonde animazione e biografia in un intenso omaggio a un classico della letteratura per l'infanzia
La recensione di Le avventure del piccolo Nicolas, il nuovo film diretto da Amandine Fredon e Benjamin Massoubre, al cinema dal 15 febbraio.
L’idea semplice ma geniale su cui si basa il film è quella di far coesistere autori e personaggio all’interno dello stesso mondo animato. La Parigi degli anni ‘50 dove avviene l’incontro fra Sempè e Goscinny è raffigurata nello stile delle tavole dei due, di cui assistiamo ai primi sforzi per far nascere quelle che saranno le storie di Nicolas. C’è un senso di affetto davvero commovente in questa scelta, che sembra voler dire quanto questi due artisti abbiano segnato l’immaginario collettivo della nazione, al punto da plasmarla a propria immagine. Ma è anche ciò che permette di raffigurare la continuità fra vita e opera, spiegando come avvenga una collaborazione artistica e come le storie personali dei due (intrecciate in modo drammatico alla Storia del 900) siano rifluite nei loro libri.
Dall’altra parte c’è lui, Nicolas, che come nei racconti che lo vedono protagonista diventa il nostro sguardo sul mondo. Tramite i suoi occhi stupiti assistiamo alla vicenda dei due creatori, raccontata in meravigliose sequenze surreali che sono omaggi ad altrettanti pezzi di cultura visiva e musicale dell’epoca: la cinefilia del western e del musical, il jazz di Duke Ellington e Ray Ventura, l’avvento della televisione, e naturalmente il fumetto, di cui raramente una trasposizione animata ha restituito così bene il “dinamismo immobile”. Attraversando infiniti mondi avventurosi – ciclista, cowboy, aviatore, moschettiere, astronauta – Nicolas si fa volto e corpo di un vero e proprio inno all’immaginazione, alla sua forza esplorativa e catartica. Nelle parole di un altro film, come questo debitore delle sfrenate fantasie musicali di Jacques Demy: “dedicato ai folli e ai sognatori”.