Le Avventure di Tintin: il Segreto dell'Unicorno - la recensione
Un ispirato Steven Spielberg, anziché strafare, porta con successo sul grande schermo un suo sogno nel cassetto. Evitando i pericoli della Uncanny Valley...
Quando un regista gira un suo sogno nel cassetto, spesso finisce per strafare.
In realtà Le Avventure di Tintin: il Segreto dell'Unicorno si svincola molto rapidamente da inutili paragoni e dal peso delle aspettative, e sin dai divertenti titoli di testa (i riferimenti a Prova a Prendermi sono più nelle musiche che nella grafica) si rivela un film originale, fresco e vibrante, ricco di inventiva e realizzato con una cura maniacale del dettaglio (il meccanismo di chiusura della porta della nave, i continui giochi di specchi e vetri, il cammeo di Hergè e di quello che sembra essere lo stesso Spielberg) arricchito da una buona dose di sano umorismo (fate attenzione alle scene in secondo piano, in particolare durante il crollo della diga).
Ovviamente non si può non vedere un po' di Indiana Jones in Tintin (lo stesso regista ha ammesso di aver messo nella saga di Lucas un po' di quello che avrebbe messo in Tintin se fosse riuscito ad adattarlo all'epoca), ma qui non si tratta di un'operazione nostalgia (in stile Super 8, per intenderci): piuttosto, di un ritrovato entusiasmo nel riprendere la struttura del film d'avventura che Spielberg stesso ha contribuito a definire. E infatti è proprio nell'impronta registica che Tintin colpisce: piuttosto che cadere vittima dell'enorme libertà che la cinepresa virtuale può dare, Spielberg elabora un linguaggio visivo elegante e fluido (pochissimi gli stacchi di montaggio nelle sequenze d'azione più lunghe) che mette al servizio dei dialoghi brillanti prima (con momenti slapstick davvero divertenti) e dell'azione poi (e qui sono tre le sequenze memorabili: la battaglia dei vascelli, il volo in aereo e l'inseguimento nella città nordafricana). E nel farlo sembra divertirsi parecchio.
Anche i più scettici rimarranno poi a bocca aperta nel vedere il livello di fotorealismo a cui è riuscita ad arrivare la Weta Digital pur presentando dei personaggi sintetici basati sui disegni originali di Hergé. Al di là delle suggestive ambientazioni e delle spettacolari scene d'azione, infatti, il lavoro degli artisti della Weta si fa apprezzare soprattutto per come sono stati trasferiti i movimenti di attori come Jamie Bell, Andy Serkis (il suo Capitano Haddock è irresistibile, in particolare l'accento scozzese in lingua originale), Daniel Craig, Simon Pegg e Nick Frost nei vari protagonisti digitali. Il volto di Tintin e di Haddock sono tra i più espressivi mai visti finora in un personaggio CGI: probabilmente in questo senso la chiave del successo è stata proprio il propendere verso una sintesi dei disegni originali nel design dei personaggi. Un design che strizza l'occhio al fumetto, inserito in un contesto estremamente cinematografico arricchito dalla brillante fotografia di Kaminski e dalle musiche coinvolgenti di John Williams. Il tutto girato con un 3D al servizio della storia, che non aggiunge nulla a livello espressivo ma permette una maggiore immersione non solo nelle scene d'azione ma anche nelle esotiche ambientazioni del film.
Le Avventure di Tintin: Il Segreto dell'Unicorno non delude, anzi, sorprende. E fa sperare che la promessa di un sequel diretto da Peter Jackson (la sceneggiatura è già pronta) venga mantenuta.