FILM

L’hangar rosso, la recensione: un conflitto morale tra coscienza e obbedienza

Il cinema torna a raccontare il Golpe del 1973 in Cile con L’Hangar Rosso, il nuovo film di Juan Pablo Sallato presentato all’ultima edizione della Berlinale. Un thriller morale tra memoria storica e responsabilità individuale che riflette sul peso delle scelte di fronte al potere. In sala dal 9 luglio.

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Per i cileni di oggi il Golpe dell’11 settembre 1973 è una ferita ancora aperta che continua a influenzare la memoria collettiva e l’identità nazionale. Un evento che ha rappresentato la fine della democrazia e l’inizio di diciassette anni di repressione del regime di Pinochet, segnati da torture e censura. Non sorprende, quindi, che il cinema abbia più volte provato a confrontarsi con questo trauma, cercando di conservarne la memoria storica e allo stesso tempo interrogare gli spettatori di oggi sul valore della democrazia e della giustizia.

Tra gli autori che più ne hanno indagato le storture c’è senza dubbio Pablo Larrain con la sua Tetralogia Cilena: Tony Manero (2008), che seguiva un uomo ossessionato dal personaggio di John Travolta durante il clima di terrore del regime, Post Mortem (2010), in cui il Golpe veniva osservato dal punto di vista di un impiegato di un obitorio; No (2012), una parabola sul referendum del 1988 che pose fine alla dittatura; infine, El Conde (2023), una satira horror che ritraeva Pinochet come un vampiro immortale che continuava a manifestarsi nel presente. Proprio su questo drammatico evento il cinema è tornato a posare il suo sguardo.

A cinquantatré anni dal Golpe arriva nelle sale L’hangar rosso (dal 9 luglio con IWonder Pictures), il nuovo film di Juan Pablo Sallato presentato in anteprima nella sezione Prospectives all’ultima edizione della Berlinale. Un'opera che sceglie di confrontarsi con questa pagina di storia attraverso un approccio essenziale e rigoroso.

Il peso di una scelta

L'hangar rosso (I Wonder Pictures)

L’hangar rosso, ispirato a fatti realmente accaduti, racconta di un uomo chiamato a decidere se obbedire agli ordini del regime o ribellarsi alle ingiustizie. Protagonista è il capitano Jorge Silva (Nicolás Zárate), ex capo dell’intelligence dell’Aeronautica che viene incaricato di trasformare l’hangar di un’Accademia in cui sta addestrando i giovani soldati in un centro di detenzione e tortura a servizio della dittatura. Proprio qui si ritroverà davanti a un bivio: appoggiare il regime o disobbedire e aiutare chi lotta per la sopravvivenza?

È proprio da questo dilemma che Sallato costruisce l’intero arco narrativo (di soli 82 minuti), declinandolo nelle forme di un thriller morale in cui la tensione nasce dal conflitto tra coscienza e obbedienza. Senza mai cedere alla retorica della ricostruzione storica, L’hangar rosso colpisce perché trova un linguaggio diretto, asciutto e incredibilmente umano, capace di coinvolgere lo spettatore non attraverso la spettacolarizzazione degli eventi, ma mettendolo di fronte al peso delle scelte di un uomo di potere - e ai dubbi morali che accompagnano ogni sua decisione.

Dentro le stanze del potere

L'hangar rosso (I Wonder Pictures)

Dubbi morali cristallizzati da Sallato attraverso un impianto visivo vicino al Kammerspiel, in cui la macchina da presa resta costantemente attaccata al protagonista, seguendone il volto, le espressioni, le esitazioni, i silenzi, restituendo una sensazione quasi claustrofobica. Una scelta stilistica coerente, quella di Sallato, con il punto di vista del film. Perché il Golpe non viene mostrato nelle piazze o attraverso immagini di repertorio, ma dall’interno delle sedi del potere militare, tra uffici, corridoi e hangar che si trasformano silenziosamente in luoghi di tortura, in cui la violenza si percepisce in ogni gesto e ogni ordine.

Una soluzione narrativa tutt’altro che nuova nel cinema contemporaneo: mostrare l’orrore senza mostrarlo direttamente (come i campi di concentramento ne La zona d’interesse o la bomba atomica in Oppenheimer), lasciandolo fuori campo per far sì che emerga progressivamente nella coscienza dello spettatore attraverso lo sguardo di chi si trova a esserne complice. Al centro de L’hangar rosso non c’è quindi il Golpe in sé, ma il dilemma interiore di un uomo che si trova a decidere da che parte della storia stare. Una domanda che continua a interrogare in modo disarmante la nostra società, in un’epoca fortemente segnata da conflitti e tensioni geopolitiche.

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