L'isola dei ricordi, la recensione: un panino al miele per raccontare il sottile orrore della guerra

Un bambino, un’isola e la fine della guerra: L’isola dei ricordi di Fatih Akin trasforma le memorie di Hark Bohm in un racconto delicato tra neorealismo e memoria

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Negli USA lo chiamano possessory credit, ovvero quel riconoscimento di paternità assegnato a una sola persona, che noi riconosciamo come “un film di”. Di solito questo merito è assegnato al regista, ma non sempre: a volte tocca al produttore oppure all’autore dell’opera originaria (il Dracula di Bram Stoker diretto da Francis Ford Coppola); più raro, però, è il caso di un film “di” qualcuno che non ha potuto dirigerlo per cessata esistenza, come nel caso di Amici miei, film di Pietro Germi che però è mancato prima delle riprese lasciando il compito e la gloria a Mario Monicelli.

L’isola dei ricordi: un film nato dall’eredità di Hark Bohm

È anche il caso di L’isola dei ricordi: il film è stato scritto dall’attore Hark Bohm (che si vede nel finale, nelle ultime inquadrature) assieme al regista turco-tedesco Fatih Akin, con cui collaborava da molti anni, ma le condizioni di salute che poi porteranno l’attore alla morte non gli permettono di dirigerlo e l’opera passa di mano. Cambia il regista, non l’autore a cui il film è dedicato e che di fatto racconta pezzi della sua vita.

L’isola dei ricordi infatti è ispirato alle memorie infantili di Bohm, quando viveva ad Amrum (che è anche il titolo originale), un’isola tedesca immersa in distese di fango e maree che, proprio per la sua natura, è stata risparmiata dalla guerra. Qui il piccolo Nanning cerca di sopravvivere e di sostenere la madre, mentre scoprirà poco a poco il mondo da cui finora si era salvato.

Lo sguardo di un bambino nella Germania della disfatta

Il film sceglie quindi il punto di vista infantile: la percezione di un mondo in disfatta attraverso gli occhi di un bambino, impegnato in un’avventura per procurare alla madre, vittima di una grave depressione post-partum, quel pane, burro e miele che pare impossibile ottenere con la carestia incombente. Bohm e Akin, fin dall’ambientazione, descrivono bene la situazione: quella sorta di palude fangosa è una metafora della Germania stessa, colta nel momento in cui la guerra sta per finire. Tutti sanno della disfatta ma non possono dirlo né mostrarlo. Le immagini di Karl Walter Lindenlaub danno alla distesa un tocco quasi onirico, coerente con l’immaginazione del piccolo protagonista ma contrastante con il tono diaristico del racconto.

Il senso di incombente disfatta emerge anche dal modo in cui il copione costruisce la famiglia, fieramente hitleriana, che non vorrebbe arrendersi mai ma che è costretta ad abbracciare l’istinto di sopravvivenza e la consapevolezza al posto dell’ideologia. Dall’altra parte, Nanning capisce il mondo attraverso la concretezza e la quotidianità, che Akin traduce con il passo del diario, rivolgendosi soprattutto agli oggetti: la bicicletta, il burro, le aringhe, la cura del fornaio nel fare il pane. Sono ancore di salvezza in mezzo alla tempesta, indici tangibili di cosa la guerra faccia alle persone, ai poveri soprattutto.

Tra neorealismo e memoria: il cinema intimo di Fatih Akin

L’isola dei ricordi mescola il neorealismo — soprattutto nella struttura del racconto — con aperture più impressioniste. Sceglie la delicatezza dei toni, quasi l’edulcorazione, rispetto alla drammaticità della materia, ma al netto di qualche eccesso di morbidezza (anche rispetto al peso del nazismo nella vita quotidiana, mostrato solo nel piccolo ruolo dello zio) resta un meccanismo coinvolgente, a tratti toccante, che rende omaggio al piccolo Hark e a quello più anziano che un giorno hanno deciso di mettersi di nuovo in contatto tra loro.

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