Lo Hobbit: La Desolazione di Smaug, la recensione [4]
Il secondo capitolo della nuova trilogia di Peter Jackson tratta dal romanzo Lo Hobbit di J.R.R. Tolkien non convince fino in fondo...
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Il potere dell’Anello corrompe, ma lo fa in modi subdoli, carsici, giocando con i sentimenti dei suoi Portatori. Peter Jackson e i suoi collaboratori ne sono i custodi da molto tempo tuttavia, fino ad appena un anno fa, sembravano pressoché immuni alle tentazioni dell’oscurità. Con La Desolazione di Smaug, i cineasti neozelandesi però iniziano a somigliare al burro spalmato su troppo pane, ormai del tutto sottomessi ai destini del loro tesssoro.
Sia chiaro, non si tratta di questionare o meno sull’opportunità di determinate scelte e/o modifiche narrative: il regista ha tutto il diritto di apportare i cambiamenti che preferisce, tuttavia spiace notare come ogni deviazione rispetto al materiale originale non fa altro che mettere in luce le debolezze insite nella storyline principale. I toni oscuri e le grandi prove attoriali di Ian McKellen (abilissimo nel ritrarre un Gandalf più “giovane” e dunque cedevole), Martin Freeman, ormai pressoché schiavo dell’Anello e Benedict Cumberbatch nel ruolo di Smaug, purtroppo non bastano a risolvere un film incapace di reggersi sulle sue gambe. La Desolazione di Smaug, dunque, risulta almeno per ora, il capitolo più debole della futura esalogia dell’Anello; peccato, perché alcuni passaggi, come l’incontro/scontro con Smaug o le bellissime scene a Pontelagolungo continuano a valere il prezzo del biglietto, tuttavia, qualcosa sembra essersi inceppato. Molto probabilmente con Racconto di un Ritorno la narrazione tornerà sui giusti binari, tuttavia chi si aspettava l'equivalente tokieniano de L'Impero colpisce Ancora rimarrà più che deluso.