Lo straniero, la recensione: adattare un capolavoro attraverso le immagini
François Ozon affronta l'impresa titanica di adattare Camus e trova con Lo straniero uno dei suoi film più riusciti
François Ozon e il suo direttore della fotografia Manu Dacosse sintetizzano con il linguaggio proprio del cinema le questioni filosofiche, antropologiche ed esistenzialiste de Lo straniero di Albert Camus. Lo fanno attraverso tre scelte di composizione ben precise. Il primo atto è caratterizzato da linee prevalentemente verticali. Meursault (Benjamin Voisin) viene informato del decesso della propria madre. Si reca nell’ospizio in cui alloggiava. Svolge le pratiche necessarie alla sepoltura, si riconnette con quella parte di vita che non conosceva della donna. Non versa una lacrima. Guardando verso l’alto viene acciecato dalla luce di una lampadina, mentre le assi, le pareti, le finestre separano le persone stagliandosi dall’alto al basso.
Nel secondo atto la fotografia utilizza elementi geometrici come scale o la pediera del letto per inquadrare il suo protagonista dentro linee prevalentemente orizzontali. È il momento delle passioni, vissute, ma anche soppresse da Meursault. Un giovane che vive nel qui ed ora, non cerca un senso, non si conforma alle emozioni di tutti. Si trova in riva al mare dove assiste al culmine di una rivalità tra uomini. Un fatto di cui è solo spettatore. Senza apparente ragione decide di partecipare al fatto e commette un delitto: uccide un arabo con cinque colpi di pistola. Poco prima un’altra linea orizzontale entra in scena: il coltello estratto dalla vittima che, riflettendo il sole negli occhi di Meursault, lo accieca.La prigione della vita
Prima del finale, Lo straniero di Ozon diventa, come per Camus, solo in parte uno scavo nelle ragioni dell’omicidio. È piuttosto un processo alle intenzioni e alla diversità di questo individuo incomprensibile per una società guidata da norme e conformismo. A processare il ragazzo, una figura che interroga, sono persone ossessionate dall’avere risposte, dall’incasellare gli individui entro categorie precise. Ozon riprende il processo usando come forma prevalente quella della grata. Le linee verticali della prima parte si uniscono a quelle orizzontali della seconda formando così i quadrati della terza. Il processo, secondo questa immagine, è iniziato ben prima del delitto. La prigionia del protagonista ha avuto la fondazione nel pregresso: nel suo modo di vivere così incomprensibile - e quindi pericoloso - per chi lo osserva.
François Ozon segue Luchino Visconti che già nel 1967 tentò l’impresa di adattare Camus. Il regista francese trova nella trasposizione del testo uno spazio di esaltazione del linguaggio cinematografico. La prima ora è quasi da film muto. I dialoghi potrebbero essere didascalie. La seconda è carica di significato in ogni parola. La somma di queste due anime dà vita a un film che sa essere fedele al materiale originale e al contempo di appropriarsene parlando attraverso le immagini, i volti degli attori, gli spazi e il ritmo del racconto.La filosofia delle immagini di Ozon in un film ipnotico
Attraverso un bianco e nero morale (siamo in un contesto in cui le sfumature, la diversità, non sono contemplate), Ozon inquadra i corpi esaltandone al massimo la bellezza della giovinezza o, al contrario, le rughe della vecchiaia. Cosa vede Meursault quando si guarda allo specchio? Osserva se stesso in tutta la sua coerenza identitaria o un doppio problematico, fatto di apparenza? Lo straniero ha il pregio di mutare continuamente forma sotto gli occhi. Con la scelta di esaltare la perfezione estetica dei suoi personaggi, sembra diventare un film alla ricerca di un senso allo scorrere del tempo.
Dai momenti di vuoto in cui si prende il sole in spiaggia, alle promesse di un futuro possibile (c’è in ballo una proposta di matrimonio accolta, ancora una volta, con fredda razionalità), la regia usa il tempo cinematografico per riflettere su quello della vita. Attraverso l’accumulo di suggestioni e la presenza di uno sguardo del regista ben presente, attaccato ai suoi soggetti e desideroso di scandagliarli dalla pelle all’anima, François Ozon trova uno dei suoi migliori film. Magnetico e totalizzante, Lo straniero è una lezione su come la grande letteratura possa essere adattata al cinema.