Londra 2014 - The Imitation Game, la recensione
The Imitation Game è un compito ben svolto ma privo di guizzi, che consacra in via definitiva Benedict Cumberbatch spianandogli la strada per l'Oscar
Pioniere scientifico, padre ideale dei primi computer, nato e vissuto in un tempo irriconoscente che ne decretò la fine: gli elementi ideali per la creazione della perfetta agiografia laica. Se a questo si aggiunge un cast ben assortito, capeggiato dal prezzemolino divo del momento Benedict Cumberbatch, luminoso rappresentante della prestigiosa ondata di nuovi talenti britannici, è legittimo aspettarsi una pioggia di lacrime e una valanga di emozioni.
Anche in questo caso, motore tragico e linfa vitale dell'intera storia risiedono nella vibrante performance del protagonista. Grazie a un'interpretazione che rivitalizza anche i passaggi narrativi più fiacchi, Benedict Cumberbatch dipinge un ritratto di raffinatissima sensibilità, che tocca le sue vette più alte non tanto in corrispondenza degli scatti d'ira o dei crolli nervosi - comunque splendidi - ma nella piccola goffaggine quotidiana, contraddistinta da una sapiente gestione di una micromimica credibile e a tratti commovente. Quello che, sulla carta, si discosta ben poco dal prototipo cinematografico e televisivo - tanto in voga ultimamente - di sociopatico, spicca il volo e riesce a fronteggiare con invariata efficacia gli alti e bassi di un copione tutt'altro che memorabile. Fa da contraltare a cotanta caleidoscopica verve l'intollerabile leziosità smorfiosa di Keira Knightley, che si conferma una delle attrici più sopravvalutate degli ultimi anni. Non l'aiuta certo la sceneggiatura, che riserva ai comprimari un approfondimento psicologico superficiale e approssimativo, scolpendoli a colpi d'accetta e salvandoli in corner dall'essere satelliti incolori che orbitano attorno all'astro Turing/Cumberbatch.
Manca a The Imitation Game il coraggio di una visione precisa e incisiva, quel coraggio che è l'ingrediente spartiacque tra la mediocrità e l'eccellenza. Ma, in fin dei conti, le ambizioni di Tyldum e compagnia non erano così elevate da poterne decretare l'effettivo fallimento. Evitando di puntare troppo in alto e attenendosi a un tradizionalismo sobrio e composto, The Imitation Game si limita a puntare tutto sul cavallo vincente Cumberbatch, rischiando seriamente di farlo salire sul palco del Dolby Theatre da trionfatore. Per un film che incarna alla perfezione il concetto di senza infamia e senza lode, è una prospettiva piuttosto invidiabile.