Marty Supreme, la recensione: everybody wants to rule the world
Marty Supreme racconta l’ascesa sfrenata di un antieroe del ping pong anni Cinquanta, trascinato dal carisma magnetico di Timothée Chalamet tra passioni, truffe e desiderio di grandezza.
Chutzpah è un termine ebraico che, dal lessico yiddish, in cui era utilizzato con valore dispregiativo per indicare un comportamento insolente, a partire dalla fine dell’Ottocento è entrato nel lessico inglese, arrivando a esprimere una sicurezza e un’arroganza che finiscono per sfociare in un’incrollabile audacia. E la chutzpah, in un’accezione dalle sfumature quasi romanzesche, è senz’altro il tratto distintivo del giovane Marty Mauser, l’eponimo protagonista di Marty Supreme: un ebreo newyorkese che nel 1952, confidando in un talento con pochi eguali, si imbarca nella forsennata impresa di diventare campione mondiale di ping pong, animato da una determinazione che sconfina fin da subito nell’ossessione.
La scalata al successo di un giovane mago del ping pong
Nessuno può arrestare la corsa di Marty Mauser, che schizza da un angolo all’altro dell’emisfero – da New York a Londra fino a Tokyo, ripassando per la Grande Mela – come una pallina da ping pong scagliata verso il lato opposto del tavolo. Non ci riesce Rachel Mizler, interpretata da Odessa A’zion, che nell’apertura del film, dopo una prima, piccola “messa in scena” in un negozio di scarpe (presagio dei loro futuri raggiri), ha un appassionato amplesso con Marty sulle note di Forever Young degli Alphaville, restandone incinta. Non ci riesce la madre Rebecca, affidata al volto – e all’inconfondibile voce nasale – della Fran Drescher de La tata, che tenta invano di suscitare i sensi di colpa del figlio per riportarlo a casa. Né ci riuscirà alcuno degli ostacoli che, per due ore e mezza di durata, si frappongono fra Marty e il proprio obiettivo.
L’apologia di un individualismo che conduce dritti verso il trionfo di un protagonista destinato alla gloria, a dispetto delle sue umili origini, nella più tipica tradizione dei valori dell’American Dream? Non proprio. Il copione di Marty Supreme, scritto da Josh Safdie in coppia con Ronald Bronstein (suo fedele collaboratore fin dai tempi di Daddy Longlegs), conserva una certa dose di ambiguità in proposito, mantenendo la figura di Marty in sospeso tra i favolosi connotati di cui sopra e uno smaccato opportunismo, che lo avvicina piuttosto a certi antieroi della letteratura del Settecento e dell’Ottocento, guidati da una smodata ambizione. Marty non sarà un arrampicatore sociale alla Barry Lyndon, per quanto non fatichi a introdursi nel jet set, ma è animato dalla costruzione del mito di se stesso, da un’etica del successo in base alla quale non esita a scendere a ogni compromesso necessario.
L’irresistibile antieroe di un superlativo Timothée Chalamet
In tal senso, dalla “rapina” compiuta da Marty per pagarsi il viaggio a Londra, gran parte della trama si sviluppa attorno a questo assunto: il denaro come conditio sine qua non, il veicolo senza il quale è impossibile sperare di raggiungere il traguardo. Marty deruba e inganna sia i propri familiari sia sconosciuti più o meno ingenui, come in una versione aggiornata de La stangata; non si fa scrupoli ad approfittarsi di Kay, trasformandosi da romantico cavalier servente in uno spregiudicato ladro di gioielli, né a ricattare il bislacco gangster Ezra Mishkin, incarnato da un impressionante Abel Ferrara. E pur di non rinunciare alla suprema aspirazione, è disposto perfino a piegarsi – letteralmente, e a sedere scoperto – al cospetto del feroce magnate Milton Rockwell, esordio da attore per l’imprenditore canadese Kevin O’Leary.
La grandezza, pare suggerirci Marty Supreme, passa dunque attraverso la sottomissione della dignità e della morale alle scelte utilitaristiche, con il rischio di lasciare dietro di sé danni collaterali o vere e proprie vittime; e ciò nonostante, nel corso del film è difficile non lasciarsi coinvolgere dalle avventure vivacemente picaresche di questa irresistibile canaglia, o addirittura non fare il tifo per lui. Merito del dinamismo della regia di Josh Safdie, di un ritmo serratissimo che non risulta mai caotico, ma ancor più della strepitosa performance di Timothée Chalamet, dello spontaneo carisma sprigionato da ogni frase e da ogni sguardo di un imbroglione che, tuttavia, non può fare a meno di dimostrarsi sincero quando si tratta di tener fede al proprio talento, costi quel che costi, fino all’ultimo colpo di racchetta.