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Michael, la recensione: il film è come un lungo concerto di Michael Jackson. Ma il cinema è al servizio della musica

Un biopic-concerto che celebra Michael Jackson tra hit e spettacolo, sacrificando il dramma per un racconto ritmato e accessibile, dove il cinema diventa strumento della musica più che visione d’autore.

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I Wanna Be Startin’ Somethin’. Voglio iniziare qualcosa. Una frase programmatica. Erano le parole, e la canzone, che aprivano Thriller, nato per diventare l’album più venduto di tutti i tempi. Era la canzone che apriva i concerti del Bad Tour del 1988, il primo di Michael Jackson come solista. Ed è da qui che inizia Michael, l’atteso biopic sul Re del Pop, girato da Antoine Fuqua e in arrivo al cinema il 22 aprile. Ricordo che, da ragazzo, avevo sentito uno di quei concerti del Bad Tour alla radio, e lo speaker, a un certo punto, diceva: “è una sorta di radio top 40”. È vero: le canzoni di Michael Jackson sono praticamente tutte hit, e un suo concerto non può essere che questo. E anche il film è una sorta di concerto celebrativo, un greatest hits, un juke box dedicato alle grandi canzoni di Jacko. Inizia come un concerto, e finisce ancora sul palco, con Michael Jackson, impersonato da Jaafar Jackson (che è suo nipote, il figlio del fratello Jermaine). E il cinema? Tranquilli che ci arriviamo. 

Dai Jackson 5 al Bad Tour

Partito come un concerto, Michael torna indietro e comincia a scorrere nell’alveo dei più classici biopic musicali. Seguiamo la storia di Michael Jackson sin dagli inizi. Da quando, sotto l’egida del padre Joseh, insieme ai fratelli, si esibisce nel gruppo di famiglia, i Jackson 5. Michael è un bambino prodigio. E il padre, da un lato lo valorizza, facendogli fare il solista della band, dall’altro lo sfrutta, perché, si sa, i bambini attirano l’attenzione. Arrivato alla maggiore età, Michael avrebbe vuole trovare la sua identità, la sua voce, il suo suono, le sue canzoni. L’incontro con Quincy Jones dà vita alla sua carriera solista, e al primo album, Off The Wall. E poi a Thriller, l’album più venduto della storia. Ma per il padre Joseph Michael non è la stella più brillante del pop mondiale, ma ancora uno della band di famiglia. Incredibilmente, il tour che segue il successo globale di Thriller non è un tour solista di Michael, ma un tour con i Jackson 5. Ma Michael Jackson ce la farà ad avere il suo tour. È il Bad Tour, quello che vi abbiamo raccontato all’inizio. 

Da Bohemian Rhapsody il biopic musicale è anche marketing

I produttori di Michael sono quelli di Bohemian Rhapsody, il film di Bryan Singer sui Queen. È questo il film spartiacque dei biopic musicali, il film che ha cambiato tutto. Nell’era di Spotify il biopic musicale è in fondo un grande progetto di marketing, un modo – intelligente e artistico, per carità – di rivitalizzare il catalogo degli artisti. Un film come questo permette di allargare il target dei fan, di far arrivare una musica di 50 anni fa alle nuove generazioni, di far volare gli stream, di alzare le vendite delle special edition e del merchandising. Fateci caso: quasi tutti i film da Bohemian Rhapsody in poi seguono delle regole ben precise. È ben diverso da quando la storia e la musica di grandi artisti erano sì valorizzate, ma concorrevano a dare vita a opere filmiche che erano la visione di un regista, il racconto di un loro pezzo di vita. Così The Doors era il racconto di una band che era sta importantissima per OIiver Stone, in quanto colonna sonora dei suoi anni in Vietnam. Control era sì la storia dei Joy Division, ma era anche quella degli anni giovanili di Anton Corbijn, ed era in bianco e nero, cioè come aveva fotografato, e quindi vissuto, quegli anni. Così come Velvet Goldmine non era un film sul glam rock, ma un film glam rock, la fotografia di un momento fondamentale nella formazione di Todd Haynes. 

Il cinema è al servizio della musica

In tutti questi film di una volta, allora, la musica era al servizio del cinema, di una visione, di un racconto. Ora la dinamica è ribaltata. In Michael, come in tutti i film recenti, è il cinema che è al servizio della musica. C’è un aspetto che ci ha colpito, in Michael, che conferma il nostro discorso e che differenzia il film da Bohemian Rhapsody e da tutti i film degli ultimi anni. Nonostante sia presente un padre dal comportamento violento e prevaricatore, e nonostante la vita di Jackson abbia avuto dei risvolti drammatici, Micheal manca quasi completamente della componente del dramma, del tragico, del doloroso (e rifugge così dal solito schema ascesa – caduta - redenzione). In questo modo, piaccia o no, Michael riesce ad essere, dall’inizio alla fine, come la musica di Michael Jackson, che non era mai drammatica, ma sempre gioiosa, festosa, catartica. Un film di questo tipo probabilmente è poco ricco di sfumature, di approfondimento, di figure a tutto tondo. Ma se qualcuno vuole entrare nel mood di Jacko, provare le sensazioni di quando ascoltava la sua musica, questo film funziona. Ha un suo senso. Ma è proprio questo che vogliamo dire quando diciamo che è il cinema che è funzionale alla musica e non viceversa. 

Ritmo, tanto ritmo, forse troppo

Se c’è qualcosa che faceva parte del mood di Michael, della sua musica, era il ritmo. Ritmo che era nelle grandi sezioni ritmiche delle sue canzoni, ma anche nella voce, quei suoni e versi con cui, in qualche modo, canta le parti di batteria e di basso, le “batterie vocali”. Ecco, anche il film Michael è guidato dal ritmo, nel senso che vuole raccontare tanto, il più possibile, ma anche andare veloce, senza pause, anche ricorrendo a ellissi narrative a volte ardite. Da un lato permette un film fresco, che rimane nelle due ore. Dall’altro, c’è la sensazione che manchi qualcosa. Ne vorresti sapere di più di certe storie. Come l’incontro con Quincy Jones, produttore, vero artefice del suo successo solista, che vediamo di fatto già in atto, al momento di registrare Off The Wall. Mentre è stato molto interessante il prima (Luca De Gennaro oggi ha raccontato che avvenne a New York, in occasione del musical The Wiz, di cui Quincy Jones era il direttore musicale, in cui Michael aveva la parte dello spaventapasseri). Così come ci sembra avere poco spazio il making off di Thriller, raccolto tra la creazione di due canzoni, Beat It e Thriller, e dei relativi video, dei veri e propri cortometraggi.

Un continuo dialogo con il cinema

Michael è un film in cui il cinema è al servizio della musica, ma che con il cinema dialoga continuamente. Sì, perché il video di Thriller è puro cinema, girato da un grande come John Landis, figlio di tanto cinema horror che Jacko amava, ma soprattutto del film di Landis Un lupo mannaro americano a Londra. Ci sono Charlie Chaplin, Il Mago di Oz, tutti simboli di un certo modo di raccontare ingenuo e infantile, che in fondo è stata la cifra del personaggio di Michael Jackson. C’è Peter Pan (qui vediamo spesso il libro, ma non il film), più di ogni altro il personaggio in cui si è sempre identificato Jacko, che ha continuato a rimanere per sempre un bambino, perché bambino non lo è mai stato. E poi ci sono i grandi ballerini del cinema, da cui ha evidentemente preso molto. C’è Gene Kelly, e il suo Singin’ In The Rain. E c’è Fred Astaire, che Michael cita permettendosi di consigliare John Landis sulle inquadrature. In occasione del video di Thriller, Jacko gli ricorda che Fred Astaire diceva che bisogna riprendere tutto il corpo, perché è cosi è che il pubblico coglie la danza. Sono piccoli particolari che hanno fatto grandi, anche nei video, le performance del Re del Pop.

Da Bohemian Rhapsody il film è costruito attorno a grandi performance

Performance è la parola chiave di un film come questo. E così torniamo a dove eravamo partiti. Ai produttori di Bohemian Rhapsody. Perché quel film ha dettato la linea, con la ricostruzione maniacale dei 20 minuti del Live Aid. Da allora la regola da cui sembra non si possa sfuggire. I biopic musicali oggi devono essere costruiti intorno a tre o quattro scene chiave, esibizioni iconiche rimaste nella memoria, da riprodurre in tutti i dettagli, le espressioni, le movenze. Così Michael vive soprattutto di questo, dell’accuratezza con cui la regia, e il protagonista, Jaafar Jackson, mette in scena la star. I momenti chiave sono tre: l’esibizione di Billie Jean alla serata dei 25 anni della Motown; la performance di Human Nature durante il Victory Tour; una rabbiosa Bad, che rappresenta la sua liberazione, durante il Bad Tour del 2028. Sì, è Tale e quale show, come è stato detto. Ma è un’interpretazione di grandissima classe e bravura. Jaafar Jackson è stato perfetto, è bravissimo. Starà a lui capire cosa fare. Continuare a vivere nel mito dello zio, scegliere un repertorio e una carriera da cantante, diventare un grande attore da musical. O, magari, tornare nel sequel del film. Un’ipotesi di cui si era parlato anche per Bohemian Rhapsody. Ma dopo il 1985 forse non c’era abbastanza da raccontare sui Queen. Mentre, di fatto, Michael si ferma al 1984, con un solo salto in avanti al 1988. “La storia di Michael Jackson continua…” si legge prima dei titoli di coda, un po’ come quel “James Bond will return…”. E allora qui un sequel, o due, potrebbero davvero esserci.

Vi ricordate di Ziggy Stardust? 

Michael è un film da vedere. È un film che però non completa la storia. È un film che, come abbiamo detto, porta a tanti altri film. Dopo aver visto Michael si può vedere Thriller 40, un grande documentario sul making of dell’album, in streaming su Paramount+. E, magari, anche Ziggy Stardust And The Spiders From Mars – Il film. Perché il sottofinale di Michael è lo stesso finale del film concerto di David Bowie. L’annuncio della fine di una fase della carriera, a sorpresa, proprio sul palco. “È il nostro ultimo tour. Credo sia il tour d’addio” dice Michael durante alla fine del Victory Tour con i Jackson 5.  "Questa è stata una tournée straordinaria. Tra tutti i concerti questo in particolare ci resterà impresso nella memoria. Non solo perché è l'ultimo della tournée, ma è anche l'ultimo che faremo. Grazie" era stato il messaggio di David Bowie quando aveva deciso di uccidere la sua creatura, Ziggy Starust. Nel mondo della musica tutto torna.  

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