Monster - La storia di Lizzie Borden, la recensione: il mistero si perde sotto i colpi dell'eccesso
La nuova stagione di Monster punta più in alto che mai con un racconto che parte da lontano, ma la resa finale non convince. Un'opera troppo schiava della propria struttura?
Lizzie Borden è diventata un'icona criminale nonostante nessuno sia mai riuscito a dimostrare che abbia davvero ucciso suo padre e la matrigna. Assolta nel 1893, è sopravvissuta nell'immaginario collettivo attraverso una celebre filastrocca, libri, film e serie televisive, fino a diventare praticamente inseparabile dall'ascia con cui Andrew e Abby Borden vennero brutalmente assassinati nella loro casa di Fall River. Una figura sospesa da oltre centotrent'anni tra storia e leggenda, colpevolezza e innocenza: materiale quasi perfetto, almeno sulla carta, per Monster.
Le premesse funzionano e l'inizio sembra suggerire che il cambio di scenario possa dare nuova linfa a una formula apparsa già affaticata, ma l'impressione dura poco. Monster ricade progressivamente nei propri difetti: accumula personaggi, simbolismi e provocazioni, si allontana dalla protagonista e soprattutto sente ancora una volta il bisogno di spiegare tutto. Persino ciò che, nel caso di Lizzie Borden, sarebbe stato molto più interessante lasciare senza risposta.
Una Lizzie Borden senza mistero
Fall River, 1892. Lizzie vive insieme al padre Andrew, alla matrigna Abby e alla sorella Emma in una casa dominata dalle convenzioni sociali e da un'autorità familiare soffocante. L'arrivo della domestica Bridget "Maggie" Sullivan apre alla protagonista una possibilità di emancipazione, oltre che una relazione sulla quale la serie costruisce buona parte della propria rilettura. Il 4 agosto Andrew e Abby vengono trovati brutalmente assassinati. Lizzie diventa la principale sospettata, viene processata e infine assolta. Nessun altro sarà condannato per il duplice omicidio.
A funzionare è soprattutto Ella Beatty, capace di restituire una Lizzie fragile, rabbiosa e ironica senza farsi completamente schiacciare da una sceneggiatura che tende a trasformarla in un simbolo prima ancora che in una persona. Attorno a lei Vicky Krieps, Rebecca Hall e Charlie Hunnam contribuiscono a dare peso a un cast importante, anche quando i personaggi vengono deliberatamente spinti verso la caricatura.
Una fiaba nera che vuole sempre esagerare
L'ambientazione ottocentesca permette almeno inizialmente a Monster di cambiare pelle. La casa dei Borden diventa uno spazio claustrofobico, fatto di stanze opprimenti, costumi elaborati, desideri repressi e improvvise esplosioni di violenza. Il sangue è talmente esagerato da assumere quasi una dimensione irreale e il delitto viene trasformato in uno spettacolo da Grand Guignol. È probabilmente l'intuizione più interessante della stagione, ma anche quella che mostra rapidamente i propri limiti, perché Monster continua a non conoscere la misura. Sesso, sangue, provocazioni e simbolismi si accumulano fino a trasformare l'eccesso in un meccanismo prevedibile. Ciò che inizialmente contribuisce all'identità della stagione diventa presto maniera, con la sensazione che la serie abbia costantemente bisogno di rilanciare con qualcosa di più esplicito o più assurdo.
Da qui derivano alcune delle deviazioni più discutibili. Erzsébet Báthory viene utilizzata per costruire una sorta di genealogia simbolica della donna associata alla violenza, mentre Aileen Wuornos, interpretata da Sarah Paulson, finisce per occupare uno spazio sempre maggiore. Il parallelo tra donne di epoche differenti trasformate in icone criminali è evidente, ma Monster insiste talmente tanto sul concetto da renderlo didascalico, sottraendo oltretutto tempo alla protagonista che dà il titolo alla stagione. Otto episodi diventano così più lunghi del necessario. Sottotrame e digressioni spezzano continuamente il ritmo, mentre molte delle provocazioni accumulate rimangono più vistose che realmente incisive.
Tra storia, invenzione e una formula sempre più stanca
A complicare il discorso c'è la libertà con cui la serie tratta gli eventi reali. Lizzie Borden fu effettivamente processata, ma venne assolta e la sua responsabilità per gli omicidi non è mai stata dimostrata. Non esistono inoltre prove della relazione sentimentale e della complicità criminale con Bridget Sullivan immaginate dalla serie. Altri elementi vengono modificati o spostati. Nance O'Neil conobbe Lizzie diversi anni dopo il processo, Emma sostenne la sorella in tribunale e continuò a vivere con lei, mentre l'omicidio di Bertha Manchester avvenne mesi dopo quello dei Borden e fu attribuito a un altro responsabile.
La storia di Lizzie Borden prova a rinnovare tutto questo attraverso l'ambientazione storica e un tono più grottesco, ma non basta. Rimangono una confezione visiva curata, un cast di livello e soprattutto una convincente Ella Beatty, insieme a un avvio capace di far sperare in qualcosa di diverso. Più la stagione procede, però, più il fascino del caso Borden viene sostituito da una lettura rumorosa e ridondante che preferisce dare risposte invece di interrogarsi sulle domande.
Ed è forse questo il paradosso più grande. A più di centotrent'anni dagli omicidi di Fall River non sappiamo chi abbia ucciso Andrew e Abby Borden. È proprio quel vuoto ad aver trasformato Lizzie in una leggenda. Monster prova ostinatamente a riempirlo. E nel farlo finisce per rendere la sua storia molto meno interessante di quanto sia in realtà.