This Must Be the Place - la recensione
Una banalissima commediola on the road: Sean Penn è il protagonista principe e ingombrante di una mascherata che pensa troppo agli Oscar...
It's the same old song. Solo cantata in modo più strampalato e con una vocetta irritante.
Il quinto film del regista del Divo, primo in una lingua inglese che però sembra italiano tradotto, racconta il viaggio nell'eccentricità americana da parte di una rockstar miliardaria eccentrica lontana dalle scene da più di 30 anni che sembra un incrocio tra Robert Smith dei Cure e l'Ozzy Osbourne casalingo del reality The Osbournes.
Cheyenne (Sean Penn) ha una cinquantina d'anni e la risatina da castrato alla Farinelli, si mette il rossetto rosso (è in grado di zittire un gruppo di donne sul suo utilizzo, una scena che deve aver esaltato il misogino Sorrentino), ha una chioma tinta nero corvino che si soffia costantemente via dalla faccia almeno nella prima metà del film, indossa piccoli occhialetti con montatura nera da miope, vive nel suo villone dublinese con la moglie pompiere cuor contento (Frances McDormand superpositiva, anche più che in Fargo), ha un cane con sgradevole collare elisabettiano (l'attrazione di Sorrentino per il brutto), un amico ciccione broker gran seduttore (idem), una giovane amica dark depressa (Eve Hewson, la figlia di Bono degli U2) con madre pazza che aspetta il ritorno del figlio disperso Tony (nome mitologico per Sorrentino, dalla sua passione per Scarface a L'uomo in più e romanzo spin-off Hanno tutti ragione), parecchi soldi investiti nelle azioni Tesco e un principio di depressione. E' il tipico protagonista di un film di Sorrentino con l'eccezione dell'adorabile Antonio Pisapia di Andrea Renzi dell'Uomo in più: alienato, altezzoso, antipatico, aforistico. Nel senso che sentenzia catatonico su tutto e tutti con aforismi spesso di sconcertante banalità pronunciati con grande sicurezza di sé.
Il papà di Cheyenne sta morendo (non lo vede da 30 anni; ci sono una sacco di cose che Cheyenne non fa più da 30 anni), arrivano a prenderlo facce familiari improbabili e via, si parte per gli Usa per cercare l'aguzzino di 95 anni che ad Auschwitz gli diede il tormento. Il mondo ebraico newyorchese schifa il look di Cheyenne, ma non vi preoccupate: va sempre tutto liscio per l'ex rockstar, mai una brutalità. Trova pure un signore che gli presta un macchinone per raggiungere il lontano Ovest. Oplà.
L'America vista da Sorrentino: una sequela di facili curiosità che colpirebbero l'attenzione di un europeo medio in gita turistica. Il pistacchio più grande del mondo, una birra gigante al bordo della strada, l'orizzonte sconfinato, il motel dimesso, la gas station abbandonata nel deserto da quadro iperrealista, le casette prefabbricate in legno. Qui il film diventa il figlio strafottente di True Stories di Byrne e Paris, Texas di Wenders, nel senso che del primo prende a inquadrare questa umanità colorata di yankee dolcemente pronti a farsi quattro chiacchiere con un forestiero e dal secondo copia i campi lunghi paesaggistici e l'incontro con personaggi che aiutano Cheyenne a rientrare in contatto con il suo passato. Ma scordatevi l'emozione, scordatevi un momento di verità nel rapporto mentale tra Cheyenne e quel padre che sembra non averlo mai amato. Scordatevi di vedere la rockstar compiere un viaggio interiore davanti ai vostri occhi. Più si avvicina al traguardo, più è uguale a prima. Continuerà a squittire i suoi scolastici aforismi davanti a tutti (“Oggi nessuno lavora. Ognuno fa qualcosa di artistico”), che siano un tatuatore che crede nella riconoscenza o un cacciatore di nazisti che lo aiuterà ad individuare il suo bersaglio (“La pedanteria è una caratteristica essenziale per catturare i criminali nazisti”).
Olocausto? Padre internato? L'inesorabile bellezza della vendetta? Ah, già. Mi ero dimenticato che il film doveva essere anche su questo. Ma come mai mi sembra di assistere solo a Cheyenne che guida contento per le sconfinate strade americane, gioca a ping pong, beve con cannuccia esaltanti contenitori di bevanda gialla, incontra una sua ex insegnante e suona la chitarra con il figlio di una vedova di guerra che pensa che This Must Be the Place sia degli Arcade Fire? Perché la caccia al nazista, il padre internato, l'Olocausto sono solo dei trucchi messi lì molto cinicamente, una messa in scena furbetta il cui messaggio finale è: “Togliti la maschera, Cheyenne! Diventa Tony!”. Ma non è una clamorosa contraddizione in termini? Non è una presa in giro di cattivo gusto dell'Academy e dello spettatore?