Naza, la recensione: un documentario glaciale che racconta il massacro di Gaza dal punto di vista dei carnefici.
Il documentario realizzato dai coautori di No Other Land è cinematograficamente glaciale, urgente e straziante. In concorso all’83ª Mostra del Cinema di Venezia, avrà un impatto emotivo e politico molto forte.
Oggi, 10 settembre, il cielo è grigio sopra il Lido. Il mare agitato. E non è un caso che sia proprio questo tempo ad accompagnare l’anteprima mondiale di un film che porta l’orrore al centro del suo sguardo. Ammettiamo che c’è una certa responsabilità nel parlare di Naza. Perché non è un film come gli altri venti del concorso dell’83ª Mostra del Cinema di Venezia - e una cosa va detta: per come è arrivato, un mese dopo l’annuncio della selezione, a un anno dal Leone d’oro mancato a La voce di Hind Rajab (per molti il vincitore morale della scorsa edizione), Naza si sottrae a qualunque collocazione all’interno della competizione principale. Non tanto per il film in sé, ma perché di fronte a un’operazione del genere è quasi impossibile maturare un giudizio di valore. E non per mettere le mani avanti, ma l’unica cosa da fare, con un’opera così, è rompere il silenzio e lasciare spazio alla discussione.
Uno sterminio calcolato e pianificato
Firmato dagli autori di No Other Land (Yuval Abraham e Rachel Szor), prodotto dal The Guardian e con Jonathan Glazer nelle vesti di produttore esecutivo, Naza condivide gli intenti proprio con La zona d’interesse: raccontare un genocidio dal punto di vista dei carnefici, indagando le testimonianze di chi ha contribuito direttamente all’uccisione dei civili palestinesi. Girato di notte sui tetti di Tel Aviv (per far sì che nessuno li vedesse), il film rivela nel dettaglio i meccanismi alla base di uno sterminio calcolato e pianificato.
Il documentario diventa qui occhio indagatore delle peggiori atrocità che un essere umano possa compiere, interrogando i suoi testimoni senza uno sguardo giudicante. Esattamente lo stesso approccio di un altro documentario, presentato proprio qui al Lido nel 2012: The Act of Killing di Joshua Oppenheimer, con la differenza che lì i carnefici indonesiani rimettevano in scena i propri crimini, mentre in Naza (il cui termine, ricordiamo, deriva dal gergo militare israeliano e si riferisce al numero di persone che muoiono durante un attacco) i testimoni raccontano come si pianifica un bombardamento.
Il male non si vede, ma si sente
Ed è forse proprio questo aspetto a rendere ancora più forte emotivamente l’esperienza, perché l’orrore si sedimenta lentamente, piano, in silenzio, dentro ognuno di noi. In sottofondo, poi, per tutto il film, il rumore degli aerei e dei droni. Un rumore disturbante, angosciante e quasi asfissiante. E torniamo ancora lì, a La zona d’interesse: il male che non si vede ma che si sente.
Un film che deve risvegliare le coscienze
Ci sono due dettagli di Naza, in particolare, che rimangono impressi durante e dopo la visione, lasciando un senso di angoscia impossibile da far scivolare via. Il primo è quando i testimoni raccontano l’uso dell’Intelligenza Artificiale per localizzare gli obiettivi, perché “commette meno errori rispetto all’uomo”. Il secondo è l’uso, da parte degli intervistati israeliani, di disegnini scarabocchiati per spiegare come si organizzassero gli attacchi verso gli edifici di Gaza. Il ricorso al minimalismo più estremo per raccontare l’atrocità più bestiale.
E poi i minuti finali, uno spietato pugno allo stomaco, che ci riportano dentro una tragedia che continua a consumarsi ancora adesso. Qui, il cerchio si chiude: durate alcuni momenti del film abbiamo visto gli attacchi pianificati a tavolino, calcolati apposta per capire quando i padri di famiglia palestinesi tornavano a casa. Poi, in chiusura, viene ribaltato tutto: vediamo un padre che scava tra le macerie, trovando in lacrime il corpo del figlio, in una scena straziante. Naza è in sostanza un film urgente, cinematograficamente glaciale, che dà la sensazione di aver visto qualcosa che non si sarebbe dovuto vedere, ma che allo stesso tempo dà la certezza che andava visto proprio per questo. Un film che resta addosso, che deve fare rumore e risvegliare le coscienze in un mondo pieno di indifferenze. In sala a fine settembre grazie a I Wonder Pictures.