Nobody Wants This 3, la recensione: com’é bello questo amore adulto
La serie Netflix con Adam Brody e Kristen Bell torna in streaming con la sua terza stagione, abbracciando senza paura la sua natura cozy e alzando l'asticella nella sua scrittura.
Se l’esperimento di Erin Foster e Nobody Wants This beneficiava, tre anni fa, delle leve nostalgiche che Adam Brody e Kristen Bell esportavano direttamente dagli anni 2000, oggi lo show ha indiscutibilmente prodotto una fidelizzazione tutta sua. Quel tipo di adesione affettiva che colonizza il romance con una postura contemporanea goffa, vulnerabile e a suo modo formativa. Il rabbino Noah e la podcaster Joanne approdano alla terza stagione incartati sulle solite dissonanze: dalle trattative identitarie alle negoziazioni religiose, sempre tesi verso l’imperfetta volontà di raggiungersi come coppia.
Certo, nel sacrificare una dose di conflitto la serie rinuncia anche a parte del guizzo su cui aveva edificato la fortuna degli esordi, ma in fin dei conti prende una posizione. Vale a dire che, se la felicità è meno spendibile del dramma, Nobody Wants This sceglie comunque di restarle fedele. Di nominarla, difenderla e celebrarla con tutta la vivacità con cui merita di essere trattata.
Una serie più stabile (e più corale)
Li avevamo lasciati allo stesso giro di boa su cui si era già conclusa la prima stagione: il disaccordo per la conversione di Joanne diventava ragione irrisolvibile da accettare come condizione di un'unione impossibile. E allora quanto venuto prima d’improvviso saltava, i protagonisti capivano di doversi lasciare, salvo poi riconciliarsi sulle scenografiche confessioni finali. Se la ciclicità drammatica aveva palesato una fiacchezza che impediva a Nobody Wants This 2 una nuova progressione, questa terza stagione recupera subito una certa freschezza.
Nondimeno, Nobody Wants This 3 fa ciondolare attorno ai due protagonisti una coralità di personaggi emotivamente più complessi. Sasha (Timothy Simons) e Morgan (Justine Lupe), alle prese con i rispettivi crolli individuali e sentimentali, riprendono quel percorso di svelamento di sé e delle proprie riserve affettive avviato nelle stagioni precedenti. La loro è una complicità piena di ironia, risonanze e asimmetrie così evidenti da finire per incastrarsi in una bizzarra forma di mutuo nutrimento. I due sono capaci di valorizzarsi esattamente per ciò che sono, al punto da scoprire di potersi combinare proprio lì, molti passi prima di qualsiasi mistificazione identitaria. Che siano poi effettivamente in grado di stare in quel tipo di legame è ancora un’altra storia da indagare.
Ma in fondo Nobody Wants This è sempre stato questo: una grammatica relazionale variabile ma istruttiva, affacciata su un’abilità comunicativa e una raffinatezza emotiva che informa una trama di relazioni in divenire. È così che la serie prova a farsi portavoce dell’incertezza di un amore moderno e somigliante alla realtà: quello che viene dopo l’euforia di piacersi e il piacere d’incontrarsi e che alla connessione chiede iniziativa, impegno e affidabilità.
Verso una maggiore complessità?
Sebbene ridondante nel passo narrativo, Nobody Wants This 2 aveva avuto il merito di sollevare alcune criticità poco lusinghiere sui suoi protagonisti. Lo aveva fatto, soprattutto, nei confronti del personaggio di Noah, fino a quel momento scritto con la penna piacente della desiderabilità femminile. Aveva in parte illuminato la performatività del suo romanticismo e l’incapacità di stare a contatto con la propria emotività quando quella diventava meno edificante - e metteva a repentaglio il suo ruolo nella socialità. E nel farlo aveva anche dato prova di saper perlustrare le differenze linguistiche a valle delle sensibilità maschili e femminili, il loro diverso modo di riconoscere, reprimere o organizzare le emozioni.
Ora, se esiste un rischio che Nobody Wants This potrebbe ritrovarsi a correre, ha molto a che vedere con la ripetizione di una formula rassicurante ma alla lunga poco intraprendente. Nonostante la cornice comica continui a muoversi con agilità, confermando la chimica, il talento e il tratto distintivo della sua identità seriale, lo spazio dove Nobody Wants This potrebbe attingere a una nuova originalità sta, forse, proprio nella sperimentazione di una maggiore profondità.
E poiché raccontare la stabilità di una coppia significa in qualche modo concedersi a qualche esitazione ritmica, viene da chiedersi se non sarebbe più intrigante spostare la tensione drammatica verso altre incavature umane. Recuperando, magari, quelle crepe intraviste nella stagione precedente e poi messe da parte in questo ultimo capitolo.
Tra therapy speak e un’efficace proposta narrativa
A qualificare Nobody Wants This è l’incrocio brillante tra introspezione psicologica ed energia espressiva. Rappresentare l’impegno relazionale di persone anagraficamente adulte equivale, oggi, a esaminare la volontà e la disponibilità richieste all’acquisizione di un linguaggio emotivo condiviso. Significa interrogare immaginari familiari, riscriverne gli echi integrandone le ferite, riuscire ad abitare una vulnerabilità che evoca la perdita (di un qualche controllo di sé) e spesso manomette le connessioni.
Ed è proprio qui che Nobody Wants This 3 porta a maturazione i suoi temi: quando smette di martoriare l’insicurezza dei personaggi e rivendica la qualità ambivalente di un autentico progetto di coppia. Quando trova il coraggio di agire su quanto dichiarato nelle stagioni precedenti e contestare la narrativa che demonizza la dipendenza dall’altro. Che poi manchi ancora un vero equilibrio capace di demitizzare l’impeccabilità di Noah (compito difficile quando il pubblico femminile ne fa vessillo e simbologia di cosa significhi essere amate) è anche un’altra verità.
Nondimeno, quello tematizzato da Nobody Wants This è un processo che promuove una buona dose di autoanalisi, una certa tolleranza al fallimento, una competenza autocritica che molto dialoga con ciò che oggi è digitalmente in voga - l’appropriazione di un linguaggio terapeutico (fuori dalla terapia) che spesso riduce a categorie e diagnosi l’ordinaria transazione fra contenimento e trasformazione di sé all’interno di una relazione. E così quello che dovrebbe essere un intimo cammino di conoscenza, educazione ed espansione delle proprie sicurezze diventa spesso un palcoscenico di tensione. Lo show asseconda questo dibattito, sa come avvalersene per catturare l’attenzione.