Non è un paese per single, la rom-com che non si vergogna di esserlo
Laura Chiossone reinterpreta con successo Felicia Kingsley per un classico friends-to-enemies-to-lovers tra le colline toscane con un retrogusto alla Jane Austen.
Belvedere, immerso nella bellezza delle colline del Chianti, è un luogo della fantasia che non esiste sulle mappe. Dopo aver visto Non è un paese per single su Prime Video, però, viene decisamente voglia di cercarlo come una sorta di isola che non c’è, dove poter praticare la preziosa arte della leggerezza. È in questo borgo immaginario della Toscana, con le sue vigne, le sagre, i vicoli di pietra e gli abitanti perennemente innamorati, infatti, che Laura Chiossone ambienta l'adattamento dell'omonimo bestseller di Felicia Kingsley, e lo fa con una consapevolezza rara: quella di chi sa esattamente che tipo di film sta girando e non cerca di essere altro.
La storia è quella di Elisa, single con una figlia adolescente, che gestisce la tenuta agricola Le Giuggiole insieme alla madre e alla sorella Giada, e che vede il suo equilibrio quotidiano sgretolarsi con l'arrivo da Milano dei fratelli Michele e Carlo, eredi del conte locale decisi a vendere tutto al migliore offerente e di lasciare le donne senza una casa ed un futuro.Da lì in poi, il meccanismo della commedia romantica si avvia con precisione e piacevole inevitabilità: equivoci, tensioni, attrazione negata e sentimenti che emergono nonostante tutto, fino ad arrivare al cuore della narrazione, ossia lo svelamento del segreto supremo, quello della paternità della giovane Linda, la figlia di Elisa. Certo, niente che non si sia già visto, ma, inaspettatamente, il film riesce a lanciare una sorta di incantesimo impedendo di smettere di guardare una vicenda che si snoda in modo prevedibile ma, allo stesso tempo, con naturalezza, armonia ed una giusta dose di ironia.
Dal romanzo allo schermo: cosa cambia e cosa resta
Come spesso accade, la trasposizione delle pagine di un romanzo sul grande schermo richiede qualche modifica di adattamento. In questo caso, però, ci si trova di fronte ad alcune differenze significative, tutte frutto di scelte ben precise e calibrate per dare un certo realismo alla vicenda. La più evidente riguarda la provenienza dei protagonisti maschili: nel libro, infatti, Charles Bingley e Michael D'Arcy arrivano da Londra. Nel film, invece, Carlo e Michele scendono da Milano.
Un'italianizzazione totale che porta con sé anche la sparizione dei nomi austeniani lasciando il riferimento a Orgoglio e Pregiudizio in sottotraccia, affidato soprattutto alle dinamiche tra i personaggi. D’altronde, a dispetto di quanto può sembrare dal suo pseudonimo, l’autrice è italiana, visto che proviene da Carpi e si chiama Serena Artioli. La modifica strutturalmente più interessante, però, riguarda il rapporto tra i due protagonisti maschili: amici nel libro diventano fratelli nel film e non si tratta di un dettaglio secondario. Trasformarli in questo modo, infatti, apre spazi emotivi che il semplice rapporto di amicizia non avrebbe consentito, aggiungendo uno strato di profondità familiare che la sceneggiatura sfrutta con intelligenza.
La stessa logica vale per le protagoniste femminili, anche loro promosse da amiche a sorelle, creando una sorta di simmetria che dà coerenza e solidità all'intera architettura del racconto. Quello che invece la sceneggiatura ha avuto il buon senso di non toccare è l'anima del romanzo: il tono, la protagonista, la tensione sentimentale. In sostanza Non è un paese per single è un adattamento riuscito non per la fedeltà assoluta al romanzo, ma perché ha individuato cosa rendeva speciale l'originale decidendo di restituirlo con un linguaggio diverso senza tradirne lo spirito.
Gioli e Caccamo: una coppia che funziona
Ovviamente l’impianto narrativo, forte del talento narrativo della Kingsley quando si parla d’amore, rappresenta la struttura granitica di questo film ma, allo stesso tempo, molto si deve alla sintonia tra Matilde Gioli e Cristiano Caccamo. I due, infatti, riescono a rimandare una naturalezza espressiva che ha il profumo della veridicità, aspetto che rende decisamente più facile immergersi nella storia e lasciarsi andare al suo flusso senza troppe resistenze. Il personaggio di Elisa non è stato costruito come la classica protagonista romantica in attesa del principe azzurro, ma prende la forma di una donna concreta, autonoma e orgogliosa, che porta sulle spalle la responsabilità di una famiglia intera. Caratteristiche che la Gioli veste con naturalezza, alternando leggerezza e momenti di intensità emotiva.
Cristiano Caccamo, dal canto suo, gioca su un registro volutamente sopra le righe, con un Michele inizialmente superficiale che si rivela, poco a poco, molto più interessante di quanto appaia. La sua vena comica, inoltre, trova qui terreno fertile, culminando in una scena di canto che è insieme imbarazzante e irresistibile, esattamente come deve essere. Ad arricchire il tutto e a fare la differenza, però, è la chimica naturale che si percepisce tra i due, quella rara capacità di riempire lo schermo anche quando non succede nulla di particolare e di rendere realistico anche il romanticismo più evidente e potenzialmente stucchevole.
La Toscana come personaggio
Oltre i personaggi e la struttura narrativa, uno dei meriti più evidenti del film è l'uso che fa del paesaggio toscano. In particolare, le colline di Montalcino, che qui si fingono Belvedere in Chianti, non sono semplice scenografia ma diventano parte integrante della storia, quasi un personaggio silenzioso che commenta e accompagna le vicende dei protagonisti.
La fotografia, poi, valorizza la luce dorata dei vigneti, i tramonti sulle torri medievali, i colori caldi delle pietre antiche. C'è una Toscana da cartolina, certo, ma usata con intelligenza: non come sfondo o promozione turistica gratuita, bensì come specchio di un modo di vivere, lento, radicato, legato alla terra, che si contrappone direttamente alla frenesia milanese dei due fratelli.
Un’ambientazione che si pone al centro della narrazione, visto che la vendita delle Giuggiole è il motore della vicenda stessa, e lascia nello spettatore il desiderio di un mondo alternativo, la sensazione consolatoria che da qualche parte esista veramente un Belvedere dove poter fuggire quando ci si sente inadeguati.
Un comfort movie che non ha paura di esserlo
Non è un paese per single non è certo destinato a cambiare la storia del cinema. La sceneggiatura è lineare e non sovverte le regole del genere, esattamente come il finale non è imprevedibile. Gli sviluppi, poi, si intuiscono con largo anticipo, alcuni personaggi secondari restano abbozzati, e il meccanismo narrativo segue binari collaudati senza mai deragliare.
Ma giudicarlo con questo metro sarebbe sbagliato, perché quello che fa, lo fa bene. Meglio di quanto ci si aspettasse e di quanto il genere richieda. In sostanza intrattiene senza forzature, emoziona senza ricattare, strappa sorrisi senza scadere mai nel grottesco. È il tipo di film che lascia addosso una sensazione di benessere e calore difficile da ignorare entrando di diritto nella schiera dei comfort movie in cui rifugiarsi quando la quotidianità prende troppo le forma di uno psico dramma o di un film distopico.