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Normal, la recensione: metti la yakuza dentro Fargo e guarda il caos fiorire

Da Saul Goodman a sceriffo action hero: Bob Odenkirk conquista Normal, il thriller di Ben Wheatley scritto dal padre di John Wick, tra echi dei Coen, cinema yakuza e la sua inaspettata Odissea

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Forse non tutti sanno che, prima di diventare noto come Saul Goodman in Breaking Bad e nei suoi seguiti, Bob Odenkirk era un celebre comico: tra gli attori di punta del Saturday Night Live a cavallo degli anni '90, poi del Ben Stiller Show e infine di Mr. Show, da lui stesso creato, l'attore vinse due Emmy. Poi arrivò la geniale intuizione di Vince Gilligan, e la storia cambiò.

Il nuovo action hero ha (più di) 60 anni

Cambiò talmente tanto che, superati i 60 anni, Odenkirk è diventato un action hero sui generis: prima con i due film di Mr. Nobody, ora con Normal, thriller diretto da Ben Wheatley (beniamino di una nicchia cinefila dal curioso e accidentato percorso) e scritto da Derek Kolstad, uno dei padri di John Wick.

L'attore interpreta lo sceriffo Ulysses, inviato temporaneamente nella cittadina di Normal, in Minnesota, in attesa che si svolgano le elezioni per il nuovo sceriffo. La sua nomea è quella di un tipo tranquillo, abituato a ricoprire incarichi temporanei senza dar mai fastidio a nessuno; quando però due ladri cercano di rapinare la banca del paese, si scoperchia un castello di segreti che mette tutti in pericolo.

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Kolstad prende Fargo e l'eredità dei Coen e la mescola con la sua passione per il cinema orientale (se in John Wick era il noir di Hong Kong e il kung-fu movie, qui sono i film sulla yakuza), aggiungendovi pure un pizzico di Distretto 13 di Carpenter e condendo il tutto con ironia sopra le righe e gusto del paradosso; Wheatley, dal canto suo, ci mette il senso del ritmo, il gusto per l'eccesso e un certo talento tecnico, cercando soprattutto di esaltare le doti dello script e il crescendo d'azione.

Se si accetta che il film sia inferiore alle proprie fonti di ispirazione — ed è abbastanza facile prevederlo — Normal è un giocattolo messo insieme in modo piuttosto abile, a partire dai riferimenti all'Odissea: un Ulisse che sta cercando di tornare dalla sua Penelope (la moglie che lo ha allontanato, e che nei messaggi vocali lui chiama Penny) mentre vaga per il paese espiando un peccato e risolvendo quelli altrui. È chiaro poi che ciò che interessa allo spettatore di film simili non è l'atmosfera già vista, ma l'azione, le sparatorie, lo spettacolo del corpo a corpo: Greg Rementer, alla seconda unità, ha a disposizione un ottimo team di action designer e coordinatori degli stunt capeggiato da Clayton Barber — un livello di cura garantito anche dal fatto che lo stesso Kolstad è tra i produttori, e che in questo senso assicura buoni risultati.

E poi c'è Odenkirk, il cui viso serio e bonario, reso ambiguo da occhi taglienti, da uomo comune capace di tirare fuori doti insolite, è ormai una garanzia nei panni del mediocre a cui non vanno rotte le scatole. E da spettatori, vorremmo vedergliele rotte altre cento volte.

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