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Oceania, la recensione: il live-action Disney è in alto mare

Nonostante le migliori intenzioni e praticamente nessuna differenza rispetto al film originale, Oceania arriva al cinema con un live-action che ha davvero poco da dire - e che funziona decisamente peggio rispetto alla sua versione animata.

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A 10 anni dal film di animazione originale e a due dal sequel, Disney non ha resistito alla tentazione di realizzare il live action di Oceania, una proprietà intellettuale il cui enorme successo al botteghino l'ha resa in fretta un "nuovo classico Disney". La squadra, difatti, è tutta di casa Disney: il film è diretto da Thomas Kail, già regista di Hamilton (2020), e scritto da Jared Bush - sceneggiatore e direttore creativo dei Disney Studios, creatore di Zootropolis, Encanto e, appunto, Oceania - insieme a Dana Ledoux Miller, co-sceneggiatrice e co-regista di Oceania 2. Auli'i Cravalho, voce originale di Vaiana nel 2016, compare qui come produttrice esecutiva.

La trama è, ovviamente, la stessa: si inizia con la leggenda secondo cui, in principio, esisteva solo l'oceano, finché non emerse l'isola madre Te Fiti, il cui cuore verde dava la vita a tutto il mondo. Un giorno il semidio Maui (qui Dwayne Johnson) rubò quel cuore per donarlo all'umanità, scatenando un'oscurità che si diffuse nell'oceano e fece nascere il demone di lava Te Kā; nella fuga, Maui perse anche il suo amo magico.

Anni dopo, sull'isola di Motunui, la giovane Vaiana (Catherine Laga'aia) sente il richiamo dell'oceano, ma suo padre le vieta di superare la barriera corallina. Quando una misteriosa oscurità inizia a far marcire i raccolti e a far scarseggiare il pesce, la nonna Tala le rivela il segreto del loro popolo: un tempo erano navigatori, prima che il furto del cuore di Te Fiti scatenasse la maledizione. Spinta dalla nonna, Vaiana infrange le regole e parte in mare aperto alla ricerca di Maui, per convincerlo a restituire il cuore a Te Fiti e porre fine alla piaga che minaccia il mondo.

Un'operazione tutt'altro che necessaria

Una scena del live-action di Oceania - ©Disney

Guardando Oceania, la prima domanda che sorge spontanea è: che senso ha fare un live action se non c'è una motivazione narrativa o estetica che lo differenzi dal film animato? La computer grafica è talmente pesante nella resa degli ambienti, delle azioni e delle atmosfere che l'aver effettivamente girato su un set alle Hawaii risulta piuttosto inutile. Niente di ciò che vediamo sembra reale. In questa terra di mezzo tra "so che è vero" e "sento che è falso", incombe una sensazione al limite del perturbante.

E a proposito di paradossi, la cosa più divertente è il parrucchino boccoluto di Dwayne Johnson, che da solo salva il salvabile grazie alla sua personalità, mentre le gag verbali (e poco fisiche) non strappano neanche mezzo sorriso. La cosa più grave è che a far affondare (metaforicamente) la barca è proprio l'attrice protagonista, la cui mancanza di espressività - ridotta a due sole modalità, sorridente e preoccupata - non aiuta certo a empatizzare con gli eventi narrati. Privo di ritmo (e pure più lungo dell’originale), forzatamente simpatico e autocompiaciuto della sua banale bontà, un live action di Oceania così maldestro ce lo potevano anche risparmiare.

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