Odissea, la recensione: il multiforme ingegno e i fantasmi della coscienza
Nel suo spettacolare adattamento del poema omerico, Christopher Nolan dipinge l’eroe dell’Odissea come un personaggio in preda all’inquietudine e tormentato dal peso delle sue azioni.
Tre anni fa, con Oppenheimer, Christopher Nolan ci trasportava nel cuore di tenebra del “secolo breve”, ricostruendo il percorso di un uomo che, nell’intento di salvare il mondo da un pericolo incombente, progettava un’arma in grado di minacciare l’esistenza stessa dell’umanità. Se il capolavoro interpretato da Cillian Murphy, nel suo sinistro monito sul potere (auto)distruttivo fornito alla nostra specie, si richiamava implicitamente al mito di Prometeo, il tredicesimo lungometraggio del regista britannico, Odissea, si confronta in maniera diretta con l’antica cultura greca e il suo immaginario epico-mitologico, riproposto in quella chiave di cupa spettacolarità che è da sempre la peculiare cifra stilistica del cinema nolaniano.
Il “ritorno a casa” dell’Odisseo inquieto di Matt Damon
Del resto Odisseo, reso nella versione italiana con la variante Ulisse, è per antonomasia “l’eroe del ritorno”, determinato a rimettere piede a Itaca dopo dieci anni trascorsi a combattere sotto le mura di Troia e un periodo quasi altrettanto lungo di vagabondaggi per il Mediterraneo. E nell’interpretazione del cinquantacinquenne Matt Damon, uno dei volti ‘eroici’ della Hollywood contemporanea (nonché uno dei nomi ricorrenti nella filmografia di Nolan), Odisseo si configura non solo come “un uomo ricco di astuzie”, ma un protagonista caratterizzato da inquietudini e ossessioni proprie di molti altri personaggi nolaniani: a partire dal suo desiderio, viscerale ma al contempo conflittuale, di ricongiungersi a una dimensione – quella della famiglia e degli affetti privati – segnata da una rottura improvvisa e forse insanabile.
Per l’eroe di questa Odissea si tratta di riabbracciare l’amata Penelope, ritratta da Anne Hathaway con una dignità fiera e rabbiosa, e il figlio Telemaco, ormai quasi adulto e affidato al giovane divo inglese Tom Holland. Nel kolossal di Christopher Nolan, infatti, Itaca non è soltanto l’agognato traguardo, ma uno scenario costantemente alternato alle avventure di Odisseo: la prima sezione del film, quella dai tempi più distesi, ricalca la Telemachia omerica evidenziando la sfida di un giovane Principe impegnato a difendere la memoria paterna e la sua eredità. Sono ovviamente temi centrali già nella fonte letteraria, ma che si riallacciano anche al tessuto narrativo ed emotivo di gran parte del cinema di Nolan: un cinema imperniato su legami spezzati e rapporti intergenerazionali da ricomporre, nella realtà o quantomeno nella memoria.
Gli spettri di Odisseo e il collasso della civiltà
Pertanto, le varie tappe della storia di Odisseo assumono di volta in volta le cadenze horror della grotta di Polifemo (mai chiamato per nome), con l’attore Bill Irwin che presta gestualità ed espressioni al mostruoso ciclope, e dell’incontro con la maga Circe, impersonata da un’incisiva Samantha Morton come la strega di una fiaba nera. Mentre la catabasi dell’undicesimo canto viene presentata come la suggestiva rievocazione di un esercito di spettri, con Elliot Page a dar voce al giovane soldato Sinone, che dietro una maschera di terra e fango mette Odisseo di fronte al peso delle proprie azioni: dalla sanguinosa conclusione della guerra di Troia si dipana una scia interminabile di sofferenza e di morte, che dall’inganno del cavallo arriva fino al talamo nuziale in cui Clitennestra (Lupita Nyong’o) ha consumato la propria vendetta su Agamennone (Benny Safdie).
E la distruzione di Troia è l’evento che, non a caso, non cessa di manifestarsi nei ricordi di Odisseo, già dall’apparizione del cavallo di legno nell’incipit del film. La non linearità dei piani temporali, caratteristica anche del poema di Omero, è un leitmotiv del cinema di Nolan, e qui si ricollega all’ineludibile tormento del personaggio: le visioni dell’eccidio notturno, della città in fiamme, di un empio trionfo simboleggiato dalla decapitazione di una ragazza con il volto di Zendaya, la medesima interprete di Atena, tanto da indurci a un terribile dubbio… al fianco dell’eroe si materializza una Dea protettrice o piuttosto il fantasma di una coscienza che non gli concede alcuna tregua? C’è davvero speranza di redenzione e di pace per chi è stato responsabile di un orrore di tale, spaventosa portata?