Portobello, la recensione: Tra commedia dell’arte e incubo, Marco Bellocchio psicanalizza l’Italia
La serie di Bellocchio trasforma il caso Tortora in un viaggio onirico e grottesco nell’Italia degli anni bui, psicanalizzando il Paese e raccontandone la perdita dell’innocenza.
C’era una volta Portobello, una trasmissione che, quando eravamo bambini, guardavamo insieme ai nostri genitori e i nostri nonni, provando un senso di casa e familiarità. C’era una volta, sempre a quei tempi, una pubblicazione che si chiamava Storia d’Italia a fumetti. Ci è venuta in mente proprio al momento della visione di Portobello, la serie firmata da Marco Bellocchio, presentata al Festival di Venezia e disponibile dal 20 febbraio su HBO Max. Perché Marco Bellocchio, ormai da anni, sta girando una sua personale Storia d’Italia per immagini, tra cinema e serialità. È un’opera maestosa, intensa, che è fatta sì di prodotti singoli e indipendenti ma che in qualche modo sono intimamente legati tra loro. Un giorno, probabilmente (ma si può già farlo adesso) tutto questo potrà essere considerato come un corpo unico, come un’antologia preziosissima per raccontare, e provare a capire, gli ultimi cinquant’anni della storia del nostro Paese. E più precisamente le ombre della storia del nostro Paese. Dai film come Buongiorno, notte a Il traditore, alle serie come Esterno notte a Portobello, scorrono anni bui come quelli delle Brigate Rosse e del sequestro Moro, delle stragi di Mafia e del caso giudiziario di Enzo Tortora. Questo racconto, un giorno, verrà considerato qualcosa di unico. Ma, già tornando alla serie Portobello, possiamo parlare di capolavoro.
Un nome inatteso: Enzo Tortora
1982. Enzo Tortora è all’apice del successo. Conduce Portobello e raggiunge 28 milioni di spettatori in prima serata, tutti in attesa del concorrente che riuscirà a far parlare il pappagallo, ospite d’onore della trasmissione. Pertini lo nomina Commendatore della Repubblica. Tortora è il re della Tv anni Ottanta e il suo programma racconta e conforta il Paese. In quegli stessi anni il terremoto dell’Irpinia dà l’ultima scossa agli equilibri già fragili della Nuova Camorra Organizzata. Giovanni Pandico, uomo di fiducia del boss Raffaele Cutolo e spettatore assiduo di Portobello dalla sua cella, decide di pentirsi. Interrogato dai giudici fa un nome inatteso: Enzo Tortora. Quando il 17 giugno 1983 i carabinieri bussano alla sua stanza d’albergo Tortora pensa a un errore.
Il caso Tortora: la perdita dell’innocenza
Teatro dell’Assurdo e Commedia dell’Arte, ricostruzione storica e seduta psicanalitica di un intero Paese, Portobello inizia come un Amarcord dell’Italia che è stata e che non c’è più. Inizia con quel pappagallo amato da grandi e piccini che ci faceva compagnia da ragazzi, in quello studio televisivo che, visto da casa, sembrava così grande e qui pare molto piccolo. Uno studio accogliente che riconosciamo subito, un mondo in cui, da casa, ci immergevamo ogni settimana rassicurati. Un mondo colorato che, nella ricostruzione della serie, troviamo ricoperto da quella patina dai toni del marrone che siamo soliti associare quell’era, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, e che è sinonimo di nostalgia. Vista attraverso quel filtro, oggi Portobello ci appare una trasmissione carica di ingenuità e di innocenza. Era quella dell’Italia dell’epoca, un’Italia che quell’innocenza la stava già perdendo, ma riusciva ancora a conservarla. Un altro pezzo di innocenza l’avrebbe persa da lì a poco, anche a causa del caso di Enzo Tortora. In questo senso, Portobello è una macchina del tempo, è un film immersivo in un’era passata delle nostre vite.
Un film di sei ore immaginifico, surreale, felliniano
Ma Marco Bellocchio non si limita a girare solo una serie storica, a raccontare il mero caso giudiziario. Prende spunto da tutto questo per fare cinema, e per dare vita a un film di sei ore che è immaginifico, surreale, a tratti felliniano. La sensazione si ha da subito, ma arriva a compimento alla fine dell’episodio 3, quando il circo entra a tutti gli effetti nel nostro campo visivo e risuona la musica di Nino Rota indissolubilmente legata al finale di 8 ½ , nota anche come La Passerella di Otto e mezzo. Quello di Portobello è anche un viaggio onirico. È la cosa è perfettamente coerente, perché nella storia Enzo Tortora sta vivendo un vero e proprio incubo, e noi insieme a lui. Ed in questo senso Portobello è di nuovo immersivo, a un livello ulteriore, perché ci porta dentro il carcere mostrandocelo dal punto di vista di un uomo innocente e incredulo.
Marco Bellocchio psicanalizza l’Italia
La vera grandezza di Marco Bellocchio è quella di non limitarsi a girare un affresco dell’Italia che fu e di non fermarsi a mostrare il nostro Paese come appariva all’esterno. Marco Bellocchio piuttosto prova a guardare dentro quell’Italia, a psicanalizzarla, a trovare il rimosso, l’inconscio, il non detto. Bellocchio racconta non solo i fatti, ma prova a capire le ragioni di tutta una serie di comportamenti. La psicanalisi è stata sempre una parte fondamentale del suo cinema. E così, come detto in apertura, Portobello diventa una seduta psicanalitica collettiva. Bellocchio prova a viaggiare nelle menti di tutti gli attori della vicenda. Da quei magistrati spinti dalla pressione per la lotta alla criminalità organizzata e da un certo protagonismo, alla stampa che, tra schadenfreude, cioè il piacere per la sfortuna altrui (ricordate? Ne parlava un’altra serie, 1992, a proposito di Tangentopoli), e sensazionalismo, aveva già deciso della colpevolezza. Fino a tutti noi, il suo pubblico, la vox populi di cui per un attimo si occupa anche la serie, che avevamo comunque deciso se credere a Enzo Tortora o meno. A proposito di giornalisti, uno a cui venne il dubbio sull’innocenza del presentatore era Enzo Biagi. Colui che firmava la Storia d’Italia a fumetti di cui sopra.
Una Storia d’Italia per immagini filmiche
E così Portobello diventa un capitolo di quella Storia d’Italia per immagini filmiche che è l’opera degli ultimi anni di Bellocchio. Perché è collegata da un fil rouge ad altre sue opere. Non appena entriamo nell’aula di tribunale del processo siamo portati a pensare immediatamente a Il Traditore, il film su Cosa nostra, Tommaso Buscetta e alle scene indelebili del maxiprocesso contro la Mafia. Durante una visita in Irpinia, Enzo Tortora passa davanti a una sezione della DC, intitolata ad Aldo Moro, distrutta durante il terremoto dell’Irpinia. Tornano alla mente Buongiorno, notte ed Esterno notte, le sue opere dedicate alle Brigate Rosse e al sequestro dello statista. Ma, a legare questa storia a quella, c’è soprattutto un personaggio che Tortora incontra in carcere, un ex brigatista. Il loro dialogo chiude l’epoca della lotta armata e ne apre un altro, ed è l’ideale ponte tra le due serie di Bellocchio.
La lente deformante del grottesco per un Teatro dell’Assurdo
Marco Bellocchio affronta questa storia attraverso una perfetta ricostruzione d’epoca e la potenza furiosa di alcune scene (la rivolta in carcere sembra tratta da Il Profeta di Audiard o da un film di Scorsese). Ma anche, e soprattutto, attraverso una lente deformante che è quella del grottesco, del teatro, della sceneggiata, della Commedia dell’Arte (i continui riferimenti a Pulcinella e alla tarantella). Perché è questo quello che è accaduto a Enzo Tortora. “È un Teatro dell’assurdo”. Così, a un certo punto, il protagonista definisce quel castello di carte che è stato l’impianto di accuse contro di lui e che nessuno, per un tempo lunghissimo si è preoccupato di far cadere. Man mano che la vicenda va avanti ne esce il ritratto di un’Italia come un Paese ridicolo, senza speranza, il Titanic che affonda mentre l’orchestra suona.
Fabrizio Gifuni, l’espressione della parola “kafkiano”
Fabrizio Gifuni, dopo essere stato uno straordinario, mimetico Aldo Moro, qui è un perfetto Enzo Tortora. Senza bisogno di alcun trucco, solo grazie a un attento lavoro sui capelli, senza sforzo alcuno, ma con un preciso lavoro sul sorriso, sulle movenze della bocca, sul tono di voce. Il mezzo sorriso, tra il sarcastico e il beffardo con cui pronuncia, per la prima volta, la parola “in carcere” è da antologia. E per tutta la storia l’espressione sul suo volto è la rappresentazione visiva più limpida della parola “kafkiano”. Ma sono dei giganti anche Lino Musella, nei panni di Giovanni Pandico, che crea un personaggio tragicomico enorme, più grande della vita, e Fausto Russo Alesi, che è il grottesco Marmo, magistrato dell’accusa. Ma, nella storia, ad essere grottesca è una lunga serie di fatti. Come quello che si debba ricorrere a un criminale per scagionare Enzo Tortora. E come lo è il fatto che si debba chiedere una giustizia giusta. Mentre il giusto dovrebbe già essere insito nella parola stessa giustizia.