FILM

Possible Love, la recensione: la Corea racconta il desiderio

Lee Chang-dong torna dopo otto anni con Possible Love, una produzione che mescola un’importante spinta sociale a uno sguardo intimo sugli uomini e gli ideali in un paese sempre più complesso.

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Alcuni potrebbero promuoverlo come un Parasite alla rovescia, dove il contesto dei poveri viene esplorato dai ricchi e la commistione tra mondi estremamente diversi stimola nuovi punti di vista. Ci ha già pensato Park Chan-Wook a rincarare la dose con No Other Choice, raccontando più a fondo la prospettiva di chi subisce le dinamiche di un sistema socio-economico che non perdona. Possible Love è forse l’opera che meno ci saremmo aspettati in questa Venezia 83: Lee Chang-Dong torna alla regia dopo il travolgente Burning, otto anni dopo, raccontando una storia che attinge da Kieslowski (in particolare da “Non desiderare”) per inserirsi nel macro-progetto volto e riflettere sull’eredità del Decalogo nel contesto contemporaneo (come con l’ultimo film di Farhadi a Cannes 2026).

Al di là di quel flusso intimo, però, non c’è un vero legame: questa è una storia che ribalta l’idea dell’amore come sogno impossibile, ragionando sul concetto di desiderio da una prospettiva più ampia - non solo romantica, quindi, ma legata soprattutto al concetto di libertà. In una Corea che opprime, in un abisso di anime soppresse, il senso dell’amore si mescola all’aspirazione sociale in modi che soltanto un grande autore poteva cogliere con tanta sensibilità. Possible Love arriverà su Netflix il 6 novembre, grande scommessa dello streamer per i prossimi Oscar, ma vederlo come l’ennesima operazione socio-politica sulla condizione coreana sarebbe un grave errore.

Lee parte dal lavoro per arrivare all’esperienza amorosa, trasformando un gioco di tensioni e desideri in un viaggio tra sogni e incubi: da una parte, le voragini emotive e sociali del classismo; dall’altra, la fantasticheria degli ultimi: un’esistenza davvero libera dal contesto, dal denaro o dalle imposizioni sociali.

Raccontare attraverso gli sguardi

Una scena di Possible Love - ©Netflix

L’idea del film nasce dall’esperienza del regista, colpito da un licenziamento di massa e dalla violenta repressione dello sciopero organizzato dai lavoratori. È la Corea che attraverso i suoi sguardi più attenti scruta se stessa e non ha paura di giudicare: sarebbe interessantissimo approfondire i modi e le ragioni per cui tante opere (dai grandi film d’autore a serie come Squid Game) leghino così saldamente la propria esistenza al contesto sociale. Forse nascerebbero ancora più domande, come dice lo stesso Lee: il progetto è rimasto in stand-by per anni perché nel frattempo la realtà stessa è cambiata, così come è cambiato il legame esistenziale tra uomo e lavoro. Per raccontare davvero il tentativo di unire due mondi ormai alla deriva, era necessario uno sguardo dall’interno: il grande spunto di Possible Love sta proprio nell’inserire il documentario (o meglio, la verità che permette il documentario) all’interno della narrazione.

Solo in questo modo quel contrasto, quel tentativo avrebbe potuto garantire la pervasività di cui lo spettatore aveva bisogno per comprendere fino in fondo i temi trattati in superficie. Ma c'è dell'altro. Forse neppure il regista aveva pensato che inserendo la macchina da presa all’interno della sua opera avrebbe trovato così tanto spazio per le emozioni: al di là delle storie da raccontare, la necessità filmica diventa vero strumento di contatto tra i personaggi. La macchina da presa diventa l’occhio attraverso cui i grandi guardano i piccoli, mantenendo simbolicamente quella distanza di giudizio e posizione che esalta fantasie e curiosità. È quando i mondi si incrociano che si fa spazio la vera possibilità del film: l’idea che l’amore (sempre in senso ampio) possa persistere come forza assoluta.

Per larghi tratti, superata una prima metà decisamente troppo dilatata (il film arriva a sfiorare le 3 ore di durata), Lee sembra quasi crederci - eppure lascia sempre la sensazione di un certo distacco, come se l’ombra dell’opportunismo fosse sempre pronta a prevalere sull’umanità.

Tra desiderio e libertà

Una scena di Possible Love - ©Netflix

L’aspetto più interessante di Possible Love può raggiungere lo spettatore solo attraverso il paradosso della macchina da presa: la documentarista deve entrare in un mondo diverso dal proprio per poterlo raccontare a dovere, ma per farlo è necessario che capisca a fondo chi sta guardando. Così un film di chiaro stampo sociale diventa un’opera sugli sguardi: le prospettive delle due donne al centro della pellicola si intrecciano, mentre gli uomini esprimono (chi attraverso il proprio dolore, chi attraverso la propria ambizione). Il percorso di Lee abbraccia più direzioni senza la paura di perdersi, trovando il proprio equilibrio proprio quando società ed emozioni si fondono nello stesso contesto. L’opportunità che incontra il desiderio.

Quest’ultimo rischia di diventare il vero protagonista del percorso che porta allo splendido finale: il desiderio assume molte forme, ma resta in movimento - così si rivela libertà, in senso finalmente definitivo. I grandi autori coreani si interrogano su ciò che la loro società fatica a esprimere, separando ciò che è definito in storie che girano sempre sullo stesso punto. Ma la grandezza di questi autori che non hanno perso la capacità di raccontare il loro mondo, oltre a quella di esprimersi, sta proprio nel non chiudere le porte. Il film di Lee Chang-Dong spinge con forza crescente fino a una cesura (apparentemente) definitiva, ma ci tiene a ricordarci che tutti ci troviamo sotto la stessa luna, inseguendo gli spettri e le speranze dei nostri amori possibili.

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