Possible Love, la recensione: la Corea racconta il desiderio
Lee Chang-dong torna dopo otto anni con Possible Love, una produzione che mescola un’importante spinta sociale a uno sguardo intimo sugli uomini e gli ideali in un paese sempre più complesso.
Alcuni potrebbero promuoverlo come un Parasite alla rovescia, dove il contesto dei poveri viene esplorato dai ricchi e la commistione tra mondi estremamente diversi stimola nuovi punti di vista. Ci ha già pensato Park Chan-Wook a rincarare la dose con No Other Choice, raccontando più a fondo la prospettiva di chi subisce le dinamiche di un sistema socio-economico che non perdona. Possible Love è forse l’opera che meno ci saremmo aspettati in questa Venezia 83: Lee Chang-Dong torna alla regia dopo il travolgente Burning, otto anni dopo, raccontando una storia che attinge da Kieslowski (in particolare da “Non desiderare”) per inserirsi nel macro-progetto volto e riflettere sull’eredità del Decalogo nel contesto contemporaneo (come con l’ultimo film di Farhadi a Cannes 2026).
Lee parte dal lavoro per arrivare all’esperienza amorosa, trasformando un gioco di tensioni e desideri in un viaggio tra sogni e incubi: da una parte, le voragini emotive e sociali del classismo; dall’altra, la fantasticheria degli ultimi: un’esistenza davvero libera dal contesto, dal denaro o dalle imposizioni sociali.
Raccontare attraverso gli sguardi
L’idea del film nasce dall’esperienza del regista, colpito da un licenziamento di massa e dalla violenta repressione dello sciopero organizzato dai lavoratori. È la Corea che attraverso i suoi sguardi più attenti scruta se stessa e non ha paura di giudicare: sarebbe interessantissimo approfondire i modi e le ragioni per cui tante opere (dai grandi film d’autore a serie come Squid Game) leghino così saldamente la propria esistenza al contesto sociale. Forse nascerebbero ancora più domande, come dice lo stesso Lee: il progetto è rimasto in stand-by per anni perché nel frattempo la realtà stessa è cambiata, così come è cambiato il legame esistenziale tra uomo e lavoro. Per raccontare davvero il tentativo di unire due mondi ormai alla deriva, era necessario uno sguardo dall’interno: il grande spunto di Possible Love sta proprio nell’inserire il documentario (o meglio, la verità che permette il documentario) all’interno della narrazione.
Per larghi tratti, superata una prima metà decisamente troppo dilatata (il film arriva a sfiorare le 3 ore di durata), Lee sembra quasi crederci - eppure lascia sempre la sensazione di un certo distacco, come se l’ombra dell’opportunismo fosse sempre pronta a prevalere sull’umanità.
Tra desiderio e libertà
L’aspetto più interessante di Possible Love può raggiungere lo spettatore solo attraverso il paradosso della macchina da presa: la documentarista deve entrare in un mondo diverso dal proprio per poterlo raccontare a dovere, ma per farlo è necessario che capisca a fondo chi sta guardando. Così un film di chiaro stampo sociale diventa un’opera sugli sguardi: le prospettive delle due donne al centro della pellicola si intrecciano, mentre gli uomini esprimono (chi attraverso il proprio dolore, chi attraverso la propria ambizione). Il percorso di Lee abbraccia più direzioni senza la paura di perdersi, trovando il proprio equilibrio proprio quando società ed emozioni si fondono nello stesso contesto. L’opportunità che incontra il desiderio.