FILM

Primetime, la recensione: sesso, bugie e videotape

Guidato dal talento di Robert Pattinson, Primetime di Lance Oppenheim ricostruisce l’ascesa del controverso reality To Catch a Predator, addentrandosi nei lati oscuri della TV del terzo millennio.

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Nella sequenza di apertura di Primetime, una voce maschile esprime una serie di fantasie sessuali, pronunciate nella solitudine di un camerino: si tratta di uno degli aspetti più intimi di un essere umano, ma nella voce in questione, appartenente al giornalista televisivo Chris Hansen, ogni traccia di eccitazione è sostituita da una professionale freddezza. «Io non recito mai», dichiarerà in seguito Hansen all’aspirante attore Dan Plum, ma fin dall’incipit l’uomo si esercita in quelle che sono, a tutti gli effetti, le battute di un copione: il copione dello ‘spettacolo’ che andrà in scena da lì a pochi istanti, a beneficio di telecamere, coinvolgendo l’inconsapevole autore delle frasi ripetute dal giornalista. Un meccanismo fisso e infallibile, imperniato su uno spiazzante corto circuito tra realtà e finzione.

E realtà e finzione sono non a caso gli ingredienti inscindibili della cosiddetta reality TV: la formula che a cavallo fra secondo e terzo millennio avrebbe rivoluzionato non solo i palinsesti delle principali reti televisive del pianeta, ma i confini etici di un intero sistema massmediale e, di rimando, la coscienza stessa di varie generazioni di spettatori. Una rivoluzione data come assunto in Primetime, debutto nel cinema di fiction da parte del trentenne Lance Oppenheim, regista che finora si era cimentato nei documentari e che fra l’altro, in quest’ultimo campo, ha appena realizzato (in contemporanea a Primetime) l’apprezzatissimo You Can See Everything, ritratto dell’imprenditrice fraudolenta Elizabeth Holmes.

Sbatti il mostro in prima serata

Una scena di Primetime - ©A24

Con Primetime, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 e in sala dal 15 ottobre con I Wonder Pictures, Oppenheim ci riporta invece all’epoca dell’apogeo dei reality, e più precisamente al 2006, quando Chris Hansen è ormai una personalità di spicco della TV americana sull’onda della crescente popolarità di To Catch a Predator: un segmento del programma di informazione Dateline NBC nel corso del quale lui e la sua troupe colgono in flagrante dei potenziali ‘predatori’, colpevoli di aver adescato su internet presunti minorenni (impersonati da membri adulti del team di Hansen) e di aver concordato con loro degli incontri sessuali. Incontri che si riveleranno formidabili trappole fatte scattare ad uso e consumo del pubblico, sempre più ampio, del programma della NBC.

E i dirigenti del network, pur ostentando disapprovazione per i metodi di Hansen, non esitano a cavalcare il successo di To Catch a Predator promuovendolo nella prestigiosa prima serata del titolo, in diretta concorrenza con il fenomeno seriale Lost. In tal senso, è una curiosa coincidenza che Primetime arrivi al cinema proprio nel cinquantenario dell’indimenticabile Quinto potere (Network) di Sidney Lumet: un graffiante capolavoro che già mezzo secolo fa metteva in guardia sulle pericolose derive dell’infotainment, illustrando la morbosa capacità di fascinazione di una TV disposta a sacrificare un limite dopo l’altro sull’altare degli ascolti, facendo leva su un sensazionalismo via via più sfrenato ed estremo.

Ma se la riflessione di Quinto potere era veicolata in primo luogo attraverso un campionario di dialoghi e monologhi da antologia, a firma di Paddy Chayefsky, Primetime adotta un approccio assai diverso: la sceneggiatura, opera dell’esordiente Ajon Singh sulla base dell’articolo Tonight on Dateline This Man Will Die di Luke Dittrich, procede prevalentemente in sottrazione, focalizzandosi sui reenactment dei servizi televisivi di Chris Hansen e lasciando a noi spettatori l’onere del giudizio su quanto portato in scena. Una messa in scena che Lance Oppenheim e il suo direttore della fotografia, David Bolen, ricollegano sul piano visivo ai filmati di To Catch a Predator disponibili oggi su internet: dal formato in 4:3 alla scelta di digitalizzare le riprese su pellicola in 16 millimetri, con un’ipersaturazione dei colori che incrina il realismo del racconto.

Chi sono i veri predatori?

Una scena di Primetime - ©A24

“Fever dream”, del resto, è l’espressione utilizzata da Oppenheim per definire l’effetto ricercato per Primetime: un film in cui lo stile da cinéma vérité è contaminato da una strisciante vena allucinatoria, più evidente via via che il protagonista si abbandona a una spirale di hybris. A incarnare Chris Hansen è infatti un Robert Pattinson sottilmente luciferino, nella cui ambizione convivono un complesso di inferiorità per il giornalismo di primo piano (sugli schermi scorrono le immagini dei fronti di guerra e del processo a Saddam Hussein), sinistri aneliti di giustizia (l’ossessione della lotta contro un “antico male”, coltivata fin dai tempi dei suoi reportage in India) e il germe della paranoia per un imminente scandalo familiare (un fugace subplot che, a dire il vero, appare tutt’altro che necessario).

Al fianco di un Robert Pattinson che, nei panni di questo antieroe inquieto e inquietante, segna uno dei picchi della propria carriera (e non sorprende che la sua interpretazione sia stata accolta con durezza dal vero Hansen), si distinguono due ottimi comprimari. Merritt Wever, strepitosa caratterista attivissima fra cinema e TV, è la produttrice Andie Bender, braccio destro ed eminenza grigia di Hansen: una versione più ‘umana’ della Diana Christensen di Faye Dunaway in Quinto potere, ma alla resa dei conti non meno spregiudicata nel suo feroce pragmatismo; mentre Skyler Gisondo presta il volto a Dan Plum, che sogna di ottenere la tessera della Screen Actors Guild e con il suo aspetto efebico si ritrova a diventare “Decoy Dan”, l’esca per i pederasti attirati nella tela di Hansen.

Ed è proprio il personaggio di Gisondo, il neofita della TV trasformato in simbolo dell’innocenza corrotta, a offrire un ideale controcampo rispetto alla furia messianica dell’Hansen di Robert Pattinson. Inizialmente inebriato dall’approdo in prima serata, Dan vedrà emergere un silenzioso conflitto fra l’adesione al ‘ruolo’ e una problematica consapevolezza, destinata a deflagrare nella sezione finale del film, quando la trappola a un “pesce grosso” spingerà tutti i personaggi sull’orlo di uno spaventoso baratro etico: quel baratro su cui Primetime ci esorta a rivolgere lo sguardo, ponendoci degli ardui interrogativi sul senso autentico della giustizia. A tornare in mente, in tema di “caccia al mostro”, è allora M – Il mostro di Düsseldorf: se Fritz Lang lo avesse ambientato nel ventunesimo secolo, il crudele tribunale del film sarebbe stato forse una platea armata di telecomando?

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