Professore per amore, la recensione
Difficile dargli una possibilità con un titolo come Professore per amore, eppure è un passo in avanti per Marc Lawrence e il miglior Hugh Grant da tempo
Aiutato dalla classica dinamica dello spostamento unita ad un tema molto vicino a se stesso (il protagonista è uno sceneggiatore di Hollywood con un immenso successo ormai troppo alle spalle e una carriera traballante che accetta un lavoro come professore di lettere in un'università in provincia), Marc Lawrence mette un'altra marcia, minimizza l'idiozia e massimizza l'ironia. Lo sceneggiatore protagonista è molto scettico del mondo in cui si deve trasferire e vorrebbe solo tornare a scrivere ma, guardate un po', lì capirà il vero significato della vita.
Melensaggini a parte questa volta Lawrence taglia intorno a Hugh Grant una variante piacevole del suo solito personaggio a metà tra la timidezza e l'imbarazzo, un inglese in America che continuamente ironizza senza che nessuno mai rida alle sue battute, sempre dal lato sbagliato della simpatia, troppo duro, troppo sincero, troppo diretto o troppo mendace, una persona dotata di un punto di vista diverso su tutto e spesso non conciliante. Sarà insomma anche melenso come è facile credere Professore per amore, ma non è timoroso, non ha paura di essere cattivo con i suoi protagonisti, di far piangere ripetutamente J.K. Simmons a comando e riderne, per il solo divertimento di vederlo commuoversi per affetto (quando parla delle figlie non si trattiene e i protagonisti scommettono su quanto ci metterà a piangere).