Raging Fire, la recensione I TFF 39
Benny Chan, scomparso nell’agosto 2020 durante la post-produzione, chiude con Raging Fire un’onorata carriera
La storia vede come protagonista Cheung Sung-bong (Donnie Yen), un poliziotto dal carattere rigoroso e inflessibile, tanto da renderlo un outsider agli occhi dei colleghi e da condizionare negativamente la sua carriera; il più giovane Yau Kong-ngo (Nicholas Tse), è invece l’ex suo protetto, ora passato dall’altra parte della legge per vendicarsi di un torto subito. Il destino porterà i due uomini uno contro l’altro.
Queste sono messe in scena da Chan con una buona dose di ipertrofia e ipercinesi, mettendo in rilievo i corpi e i movimenti dei protagonisti, ma connotandole con una "materialità" e crudezza notevole. Dal punto di vista tecnico, risalta soprattutto la fotografia, che con luci al neon da toni fortemente impressionistici gioca su evidenti contrasti. Gli uffici della polizia sono di un grigio metallico, simbolo della rigidità di tutti quegli ambienti che non comprendono le ragioni dei protagonisti. Quelle dei bassifondi di colori accesi, che spaziano da verde al rosso al giallo. Un lavoro sulle immagini che infonde un forte impatto visivo.
E poi, ovviamente, c’è Hong Kong, con la sua skyline in cui non c’è spazio per altro che grattacieli, con la sua commistione tra mandarino e inglese, sintomo da sempre di una popolazione smarrita e confusa. Una città spesso colpita nei centri simbolo del capitalismo e del consumismo: come in New Police Story, gli scontri a fuoco avvengono in un centro commerciale e c’è sempre una questione privata che si intreccia con una pubblica. Ma qui questo elemento sembra essere solo latente, mai sfruttato appieno: ad anni di distanza dall’Handover, l’interesse volge verso l’aspetto privato piuttosto che verso quello sociopolitico. Un importante livello di lettura assente in Raging Fire, che in questo versante sembra perdere il confronto con altre opere.