Resurrection: credere ancora nei sogni e nelle illusioni
Se due indizi sono una coincidenza, tre fanno una prova: Bi Gan continua a vagliare le possibilità affabulatorie e percettive dell’onirico con un’opera difficile nella fruizione ma densa di stimoli.
«La differenza tra un film e un ricordo è che che i film sono sempre fasulli [...] ma i ricordi mischiano verità e bugie, appaiono e svaniscono di fronte ai tuoi occhi», esclama Luo Hongwu (Huang Jue) protagonista di Un lungo viaggio nella notte. Il precedente film di Bi Gan apriva a non poche riflessioni teoriche su uno dei vincoli narrativi principali della poetica cinematografica del cineasta cinese. Sin dal folgorante Kaili Blues appare evidente l’urgenza di smaterializzare il concreto, immergere l’esistenza in uno stato subcosciente situato a metà tra sogno e desta realtà. Resurrection sembra partire dagli assunti sopracitati, dal film come ideale tanto di falsità quanto di verità ultima, ponendo esplicitamente l’accento sul sogno e l’inseparabilità dell'individuo dall’immaginazione.
Nel futuro descritto dal film perdere la possibilità di sognare è il compromesso faustiano per l’eternità, per l’immortalità. Ma se il sogno svanisce, insieme alla sua parte concreta si perde anche quella fasulla, quell’escapistica illusorietà che è propria dell’arte cinematografica. Negata perché forse, incredibilmente, più vera della realtà. Non dissimile da quel 2046 verso il quale, ormai più di vent’anni fa, Wong Kar-wai faceva partire treni alla ricerca di ricordi perduti. Come afferma il protagonista di Resurrection, «le illusioni fanno male ma sono terribilmente reali, non voglio vivere in un mondo finto».
Lo inizia, lo sviluppa e lo conclude così il suo ultimo lavoro Bi Gan, con le illusioni, intime o di agenti esterni: parte da Méliès, dai cromatismi dell’espressionismo e arriva ai Lumière, viaggia lungo i fantasmi della rivoluzione culturale cinese, i prestigiatori e l’inganno del millennium bug, finisce con un teatro che pare proiettare il film stesso – solo quella conclusione, davanti alla quale restare indifferenti sembra impossibile, meriterebbe lunghe e specifiche dissertazioni.
Attraverso il sogno – e quindi, simbolicamente ma anche diegeticamente, attraverso sia il cinema che il ricordo – Bi Gan indaga allora il più ampio concetto di tempo, andando a ritroso come già con Kaili Blues e Un lungo viaggio nella notte. E solo intrecciando due differenti forme di temporalità, le trasformazioni della storia del cinema e società del Novecento, può immergersi e immergere in una rivendicazione del cinema come sogno collettivo. Collettività che nell’ultima notte del 1999, con l’ombra funesta della fine di tutto, sceglie di allestire una proiezione in strada, di tornare indietro fino all’Innaffiatore innaffiato. L’unica via per accedere alla verità e unico modo per sognare insieme e cambiare la risposta all’indovinello della bambina nell’episodio precedente: «cosa può fare una persona che due non possono fare?».
E se è vero che siamo shakespearianamente fatti della stessa sostanza dei sogni, davanti al film non ci si può che perdere, confondere e diventare pura luce, come quella che proietterà questo last picture show. Risorgendo e diventando, come già Goodbye, Dragon Inn di Tsai Ming-liang indagava, a nostra volta fantasmi della storia, accolti dal cinema e dalla sala, che continuano a vivere proiettati, come il sognatore interpretato da Jackson Yee, dentro i film. Quelli sì immortali.
Addio, anche se questo sogno è ormai in frantumi!».