FILM

Ritorno a Buenos Aires, la recensione: "El silencio es salud"

Marco Bechis e Adriano Giannini portano a Venezia 83 un film di ricordi e dolore. Ecco le nostre considerazioni sulla pellicola in uscita il prossimo 17 settembre con Fandango.

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È una ferita ancora aperta quella della giunta militare guidata da Videla e successori in Argentina tra il 1976 e il 1983. Ne parla Marco Bechis in Ritorno a Buenos Aires, presentato in concorso a Venezia 83 con un solido Adriano Giannini. Mariano Guerra (Adriano Giannini), un disadattato antisociale che fa il soccorritore e vive in solitudine con un cane, viene convocato in Argentina per testimoniare al famoso Juicio Olimpo contro gli ex militari della dittatura fino ad allora protetti dalle vecchie leggi di amnistia (Ley de Punto Final e Obediencia Debida). La fragile psiche dell'uomo viene ulteriormente compromessa quando ritorna a Buenos Aires e incontra altre vittime come lui e, in particolare, un ex compagno che lo accusa di averlo venduto all’epoca, dando il via a un effetto domino di tradimenti e arresti sfociati in rapimenti, torture ed esecuzioni.

La convivenza nel palazzo di giustizia con le altre vittime diventa per Mariano un modo per far riaffiorare i traumi a lungo soffocati, con il supporto di una cassetta da lui stesso registrata per non dimenticare gli abusi subiti. Così, con flashback alternati, seguiamo un giovane Mariano (Eduardo Hoy), ancora studente di medicina italiano a Buenos Aires, torturato e usato sia come amante che come assistente medico del Dottor K (Adrián Fondari). Questo rapporto di abusi sessuali col Dottor K. permette a Mariano di sopravvivere nei due anni di prigionia nel Garage Olimpo, uno dei tanti e troppi centri di detenzione dove passarono migliaia di desaparecidos.

Quando Evelyn (Verónica Gerez) irrompe nella vita di Mariano per avere informazioni su sua madre Muñeca, lui è costretto ad affrontare de visu la sua "colpa", che lo fa sentire quasi indegno di giustizia, come di perdono. Bechis ci fa capire cosa saremmo capaci di fare pur di tornare a casa: collaborare col nemico, così come tradire i propri amici, quando si viene sottoposti a torture indicibili. Il regista, anche lui tenuto prigioniero per mesi e poi espulso in Italia (grazie all'aiuto di amici e parenti), ha sviluppato la sindrome del sopravvissuto: mentre lui si è salvato, altri sono morti nei voli della morte.

Le sue memorie, raccolte nel libro "La solitudine del sovversivo", sono la fonte principale a cui attinge per Ritorno a Buenos Aires, capitolo conclusivo della trilogia dopo Garage Olimpo e Hijos. Il film prepara il terreno per la deposizione di Mariano, in un lungo (e, a tratti, estenuante) recupero della memoria, quando vediamo parte degli abusi subiti da un giovane Mariano e da Muñeca - due fantasmi senza pace accompagnati da Mariano ormai adulto e da Evelyn, che reagisce vomitando nel vedere la stanza dove è stata torturata sua madre. Per certi versi, quello di Bechis è un film legato alla corporeità: la devastazione mentale e fisica retta dai primi e primissimi piani su Mariano, ogni sfumatura che apprendiamo dal suo viso e dal suo corpo reattivo a ogni singola svolta.

Quando è il momento di deporre per Mariano, sul confine labile tra vittima e collaboratore come avvertito dalla giudice Desideria (Paula Cohen), non arriva una catarsi vera e propria. Il j'accuse di Mariano è troppo debole rispetto agli orrori subiti e visti come testimone "privilegiato", nonostante riesca in parte a liberarsi dalla sudditanza psicologica che prova nei confronti del dottor K., fino ad allora rimasto a piede libero e impunito. In un’Argentina guidata da un ultraliberista come Javier Milei, la trilogia di Bechis si manifesta come un monito, un reminder storico sui danni a cui possono portare gestioni basate sull’irrazionalità totale e su un gruppo di criminali al comando.

In Ritorno a Buenos Aires rimane, però, seppur non nel modo incisivo che ci si aspetta da un regista come Bechis, la sensazione che quelle catene alle caviglie siano ancora lì, che le anime delle vittime siano rimaste in quelle stanze disumane, e che il loro dolore abbia gettato un'ombra sull'Argentina intera. E quell'ombra è la memoria.

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