FILM

Robin Hood - Il prezzo del sangue, la recensione: Jackman distrugge il mito per portarlo alla luce

Michael Sarnoski smonta il mito di Robin Hood con un film cupo e violento, che trova la sua vera anima solo quando lascia entrare la luce e Jodie Comer

Condividi

Il sole non appare quasi mai in Robin Hood - Il prezzo del sangue, lo vediamo filtrare in mezzo alle costruzioni in un paio di occasioni, mai direttamente, e non a caso: lo si vede nella seconda parte di un film che, come dice la tagline, vuole dimostrare come la leggenda dell'arciere di Sherwood sia falsa. Per farlo, Michael Sarnoski, regista e sceneggiatore con all'attivo Pig e A Quiet Place - Giorno 1, rende tutto cupo, oscuro nei toni e nelle immagini, violento come non mai, scompaginando le letture del personaggio e cercando la sorpresa del pubblico.

Basandosi sulla ballata settecentesca Robin Hood's Death (alla quale era ispirato anche il bellissimo Robin e Marian), Sarnoski racconta un Robin Hood ormai anziano (Hugh Jackman) che vive da solo in mezzo alla brughiera, intento ad affrontare i continui tentativi di vendetta dei parenti delle sue vittime. È un uomo che cerca di negare il proprio mito, di raccontare una versione di sé cruda e cattiva, ma dopo che viene ferito gravemente assieme all'amico Little John (Bill Skarsgaard), poi ucciso, deve rifugiarsi in un convento, a farsi curare dalla priora sorella Brigid (Jodie Comer).

È quando arriva lei che il film cambia e appare il sole, o meglio alcuni brandelli, che fino a quel momento le immagini di Pat Scola avevano tenuto all'oscuro: Robin è un uomo incarognito dalla vita, dalla maledizione della violenza a cui ha risposto accettandola, che diffonde in giro una versione opposta della narrazione che lo accompagna da sempre per contrastare le storie di cui non si è mai fidato, ma quando la morte lo sta per cogliere è costretto a dare nuova vita al mito che ha cercato di distruggere.

Quando entra in scena Comer, la priora, arriva il sole (appena accennato dietro le nuvole British, ma presente), la fotografia si fa via via più luminosa fino al bianco abito del finale e il Robin ingrugnito e ostile è "costretto" a tornare sulla via del bene, a riprendere in mano il racconto del fuorilegge che rubava ai ricchi per dare ai poveri, aiutando la figlia di John a proteggersi e sé stesso a espiare le proprie colpe. Accade quindi che il film, col suo stile pesante e il suo passo faticoso, che gioca fin troppo superficialmente sui crinali della violenza fine a se stessa per raccontare un vecchio mito in chiave nuova, trova il suo respiro, la sua ragion d'essere in termini filmici, di riuscita e profondità, quando nega in un certo senso le sue premesse.

La scrittura si fa più limpida, i personaggi più riusciti, il senso del film fluisce con uno stile che si apre e, pur senza concessioni alle convenzioni, cerca l'emozione sincera. Sarnoski sa come lavorare sull'iconografia, ma ancora deve sgrezzare certe leziosità estetiche da pretesa arty, ma gioca benissimo con gli attori e i dialoghi, li rende aderenti alle immagini e ai luoghi e fa di Robin Hood un essere umano prima che un emblema.

Continua a leggere su BadTaste