[Roma 2012] Main dans la main, la recensione
Valérie Donzelli incanta senza mielosità con la sua commedia fantastica, Main dans la main, in concorso al Festival di Roma...
“Ci trasciniamo tutti dietro delle catene… ma a volte è divertente.”
Abbandonate le atmosfere comedy/drama di La guerra è dichiarata, in cui narrava il dramma, vissuto in prima persona, di due genitori di fronte alla malattia del figlio neonato, la Donzelli fa propri dei toni più fantastici, confermandosi cineasta freschissima e in grado di raccontare una storia di sentimenti senza gravarla del peso iperglicemico delle smancerie. Le va dato atto, inoltre, di aver assemblato una coppia bizzarra sulla carta, ma che dal primo minuto sviluppa un’incredibile chimica, accaparrandosi le simpatie (e, perché no, anche il tifo) del pubblico. L’iniziale legnosità di Hélène, interpretata da una straordinaria Valérie Lemercier mai stata così affascinante, è complementare e quindi paradossalmente incastrata a perfezione con l’atletica carica vitale dell’eccellente Jérémie Elkaïm, che della Donzelli è stato compagno. Sapientemente tratteggiati anche i ruoli di contorno, dalla prolifica Véro, sorella di Joachim interpretata dalla stessa Donzelli, alla gelosa Constance di Béatrice de Staël.
Potremmo evitare i luoghi comuni e non ripetere che i francesi hanno questo tocco delicato e poetico nel raccontare le storie più semplici. Potremmo, ma non è questo il caso. Main dans la main è un gioiello, un piccolo capolavoro che ti può fare anche un po’ rabbia se ti fermi a pensare che, senza budget incredibili, un film del genere l’avremmo potuto fare noi in Italia. Ma la Donzelli, a dispetto del cognome, è francese fino al midollo, è francese nel costruire in profondità questa commedia fantastica che riesce a sfiorare anche i conflitti di classe, senza però macchiarsi mai con scontate generalizzazioni. È francese nel modo di dirigere gli attori, mai appesantiti nemmeno da inutili virtuosismi, naturali e credibili in una storia incredibile che, per questo, diventa perfettamente normale. E, manco a dirlo, sublimemente poetica.