[Roma 2012] A Walk in the Park, la recensione
Il primo film dell'ambiziosa sezione CinemaXXI racconta la vita disperata di Brian Fass, ossessionato da una madre troppo protettiva da cui non è mai riuscita pienamente a emanciparsi...
La vita di un direttore della fotografia di horror piuttosto dozzinali viene narrata con stile documentaristico-psichedelico dal cantore della No Wave newyorchese Amos Poe, autore importante del cinema americano indy degli '80.
Grazie a un fin troppo caleidoscopico montaggio digitale (le pericolose potenzialità di Final Cut Pro), Poe divide lo schermo, inserisce “godardianamente” parole-citazioni da Jean-Jacques Rousseau, Nabokov, Poe (lo scrittore), Carroll e associa la storia di Brian a Psyco e Il corridoio della paura attraverso inserimenti letterali nella sua opera di questi due capolavori della malattia mentale. Che dire? Il soggetto meritava tutta questa enfasi? A nostro parere no. E poi il documentario di Poe è troppo lungo. Poteva durare tranquillamente 20 minuti piuttosto che 96'.
Una lunga, e inutile, parentesi sull'amore tra Brian e Central Park (ecco il perché del titolo) non fa altro che peggiorare la situazione e far affondare l'operazione nella più fiacca autoindulgenza tipica di un certo approccio indy al cinema. E alla vita.