[San Sebastián] Venuto al Mondo, la recensione
Le peggiori aspettative confermate dai fischi al Festival di San Sebastian: un film quasi completamente sbagliato che sfiora più volte l’involontaria autoironia...
Chi scrive sono tre anni che si reca al festival di San Sebastian e mai aveva sentito "buu" e fischi rivolti a un film come avvenuto, prima dei titoli di coda di Venuto al mondo.
Una madre e un figlio. Partono da Roma per Sarajevo per presenziare la mostra fotografica di quel papà scomparso ormai da tempo. Il confronto con quella terra ormai in ripresa, ma teatro di una delle guerre più violente della storia europea contemporanea mette la mamma di fronte a una serie di ricordi e un mistero ancora da svelare che non possono più essere tenuti nascosti.
Volere parlare della guerra, di cosa si è disposti a fare pur di diventare genitori e dare una speranza a qualcuno che ci è vicino, che sia il figlio che si aspetta o l’amico che si trova all’interno del più terribile degli scenari possibili, ovvero la guerra, è un obiettivo senza dubbio ambizioso e difficile da realizzare. Putroppo la sceneggiatura di Venuto al mondo affronta tutto questo infilando tutti gli stereotipi sulla guerra, dalla sua ferocia (stupri, esecuzioni, vendita degli schiavi/prigionieri) e alla sua inutilità (la morte del docente universitario e il parallelo finale con le commedie di Buster Keaton sono sequenze didascaliche e ricattatorie della peggiore specie).
Era una bella chance per esportare un nostro prodotto in tutto il mondo, ce la siamo lasciata sfuggire.